| | Diritti al punto | Newsletter di Amnesty International Lazio | | |
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Cari lettori e care lettrici, Ilaria Salis è detenuta in un carcere ungherese da febbraio 2023, accusata di lesioni per aver aggredito alcuni manifestanti durante la parata che vede ogni anno radunarsi in Ungheria simpatizzanti di estrema destra e neonazisti. Le condizioni detentive di Ilaria destano preoccupazioni, in quanto violano palesemente i diritti umani e i principi fondamentali in materia di detenzione. Amnesty International Italia ha chiesto al governo italiano di intervenire affinché l’Ungheria rispetti i diritti delle persone private delle libertà e si possa ottenere l’esecuzione della misura detentiva in Italia. Ad ottobre 2023 Amnesty International ha pubblicato un rapporto che denuncia lo sfruttamento e le condizioni ingannevoli subite dai lavoratori dipendenti di Amazon in Arabia Saudita. La ricerca, supportata dalle testimonianze dei lavoratori, ha messo in evidenza gravi violazioni dei diritti umani commesse dal colosso commerciale e ha portato alla condanna dell’azienda al pagamento di importanti somme a titolo di risarcimento. L’università Bocconi di Milano ha istituito la presenza del bagno “gender neutral” che ha generato commenti discriminatori da parte di alcuni studenti. L’Università ha risposto con un’azione disciplinare verso gli autori dei commenti. Il caso rappresenta, da un lato, uno slancio verso forme quasi innovative di tutela e parità dei diritti transgender, dall’altro fa emergere situazioni di arretratezza culturale e istinti discriminatori da una rappresentanza giovane della società. Nella Repubblica Democratica del Congo sono in corso sgomberi di massa per espandere le miniere di rame e cobalto, le materie prime che alimentano i nostri smartphone, computer, auto e biciclette elettriche. La transizione energetica deve essere giusta ed evitare che i profitti si antepongano ai diritti. Per tutelare la salute e i diritti delle popolazioni della RDC, Amnesty International ha lanciato un appello, manca solo la tua firma. Se ti piace la nostra newsletter, condividi e invita chi vuoi a iscriversi cliccando sul link che troverai in fondo alla pagina. Buona lettura! |
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Ilaria Salis, condizioni detentive al limite dei diritti fondamentali nell’Ungheria “europea”di Orban |
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Licenza: commons.wikimedia.org |
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Da diversi mesi ormai si sente molto parlare della storia di Ilaria Salis, italiana, 39 anni, insegnante di scuola elementare a Monza, detenuta in carcere in Ungheria da febbraio 2023 con l’accusa di lesioni aggravate nei confronti di alcuni manifestanti durante una dimostrazione pubblica. Ilaria Salis si definisce antifascista, laureata in Storia all’Università Statale di Milano, si è sempre appassionata alle cause sociali e all’impegno politico. A febbraio 2023 si trovava a Budapest, per opporsi alla manifestazione che raduna gruppi di neonazisti e che ogni anno commemora il “Giorno dell’Onore”. Una ricorrenza in cui estremisti di destra e neonazisti provenienti da tutta Europa ricordano il fallito tentativo delle truppe naziste tedesche ed ungheresi di rompere l’assedio sovietico della città nel 1945. In relazione a questa manifestazione, lo scorso 21 febbraio il Parlamento Europeo ha presentato un’interrogazione parlamentare alla Commissione sollevando in primo luogo la questione della dubbia impossibilità del governo ungherese di imporre un’efficace divieto all’evento, in quanto costituisce una chiara violazione della legge ungherese. In secondo luogo, il Parlamento europeo chiede espressamente alla Commissione un chiarimento sulla presunta erogazione di risorse pubbliche a sostegno di organizzazioni di propaganda neonazista e di estrema destra che organizzano manifestazioni in netto contrasto con i valori europei. Emerge infatti da alcune relazioni, che l’associazione ungherese per il turismo e la salvaguardia del patrimonio, che organizza un evento celebrativo del nazismo chiamato "Kitörés", ha ricevuto sovvenzioni nazionali. L’accusa di Ilaria Salis è di aver partecipato agli scontri durante il corteo e di aver aggredito due manifestanti. Ci sono già dei primi dubbi sull’arresto che non è avvenuto in flagranza di reato, bensì alcune ore dopo, senza la possibilità di accedere alle registrazioni delle telecamere, come richiesto dai difensori di Ilaria Salis. Le questioni sollevate sul caso di Ilaria Salis, riguardano sostanzialmente le condizioni detentive. Tralasciando i motivi su cui si fonda l’accusa, la situazione carceraria e processuale di Ilaria Salis desta alcune preoccupazioni. Durante la maggior parte delle udienze nel processo a suo carico, ha partecipato in aula con manette a mani e piedi, durante il periodo detentivo non ha ricevuto l’assistenza medica di cui necessitava, non ha avuto fin da subito l’assistenza di un interprete, inoltre, dal memoriale scritto da lei stessa in carcere, Ilaria Salis ha rivelato di essere stata costretta a indossare abiti sporchi, di essere stata privata di prodotti per l’igiene personale, abiti e biancheria, di trovarsi in una cella senza l’idonea areazione con cimici e scarafaggi, inoltre le è stata impedita la comunicazione con la famiglia per più di sei mesi. Questi trattamenti e condizioni violano la normativa europea e le convenzioni internazionali in materia di trattamento detentivo in quanto lesive dei diritti umani. L’Ungheria è un Paese membro dell’UE dal 2004 e come tale ha l’obbligo di adeguare il proprio ordinamento giuridico alle fonti normative europee vincolanti, inoltre ha ratificato i principali trattati in materia di tutela di diritti umani, tra cui la Convenzione contro la tortura del 1984. A monte di tutto questo, l’appartenenza all’Unione Europea presuppone l’aderenza ai valori democratici e ai principi fondamentali dell’Unione, tra cui libertà e rispetto dei diritti umani. Tra i principi fondamentali delineati nella Raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa sulle norme detentive europee è stabilito che le persone private della libertà personale devono essere trattate nel rispetto dei diritti umani. Nello specifico, nel rispetto della dignità umana, del diritto alla privacy, garantendo le condizioni necessarie di salute e igiene, vestiario pulito e in buono stato, assicurando ai detenuti l’assistenza legale, la comunicazione il più frequente possibile con i familiari e il diritto a ricevere visite. Amnesty International Italia ha rivolto una richiesta al Governo italiano a guida Meloni, sollevando preoccupazioni sulla situazione di Ilaria Salis e sulla privazione dei diritti fondamentali, chiedendo inoltre l’esecuzione delle misure cautelari in Italia. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha dichiarato in un’intervista il timore che il processo a Ilaria Salis sia iniquo e irregolare, richiamando la necessità di ricorrere agli strumenti di cooperazione giudiziaria che possono portare all’esecuzione degli arresti domiciliari nel paese di residenza, ovvero in Italia. Purtroppo, le recenti notizie non prometto bene, l’ultima udienza, che si è tenuta il 28 marzo, ha visto Ilaria Salis in aula nuovamente ammanettata a mani e piedi e si è conclusa con il respingimento della richiesta da parte dei suoi difensori di eseguire i domiciliari in Ungheria. Ilaria Salis resta dunque in carcere. Il caso Salis ha generato qualche attrito iniziale nei rapporti bilaterali tra Italia e Ungheria; tuttavia, l’Italia non può fare passi indietro in materia di diritti, soprattutto deve esigere che questi siano garantiti, ancor di più quando la responsabilità sia ascrivibile ad un paese UE. Fonti e approfondimenti Carceri e condizioni di detenzione nell’UE – sintesi in italiano Prisons and detention conditions in the EU – full document in English Wired - La marcia dell'estrema destra a Budapest, un anno dopo l'arresto di Ilaria Salis |
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Non preoccuparti, è una filiale di Amazon |
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A ottobre 2023 Amnesty International ha pubblicato un rapporto, dal titolo “Non preoccuparti, è una filiale di Amazon”, per denunciare le condizioni di sfruttamento e le situazioni ingannevoli subite dai lavoratori nei magazzini di Amazon in Arabia Saudita. Il rapporto si basa sulle testimonianze di ventidue ex lavoratori che hanno raccontato di essere stati costretti a pagare ingenti somme di denaro ad agenti di reclutamento, per essere assunti, con l’inganno della promessa di un lavoro stabile alle dipendenze di Amazon. L’assunzione invece si è rivelata una condizione di sfruttamento lavorativo e di violazione dei diritti fondamentali - come il riposo o il diritto alla salute. Inoltre, dal documento emerge che sia Amazon, sia il governo saudita fossero pienamente consapevoli dello sfruttamento in atto, culminato poi in una sorta di “sequestro”. Il contratto infatti impediva ai lavoratori di cambiare impiego senza il consenso del datore di lavoro, limitando così la libertà di lasciare il paese. I fatti, che risalgono al 2021, sono emersi soltanto nel 2023. Alla luce di quanto illustrato finora, Amnesty International chiedeva di porre fine a queste gravi violazioni dei diritti dei lavoratori. In particolare, AI chiedeva ad Amazon di indagare sugli abusi commessi nei suoi centri in Arabia Saudita, di risarcire i lavoratori per i danni subiti a seguito delle violazioni, di assicurare ai lavoratori un ambiente di lavoro sano e igienico, di garantire un salario equo e infine di non ostacolare il ritorno al paese di origine per chiunque lo desiderasse. Tutto ciò sarebbe stato possibile se Amazon fosse intervenuta direttamente nel procedimento di assunzione, in modo da evitare che i lavoratori fossero vittime di procedure ingannevoli e di sfruttamento e garantire, invece, condizioni lavorative dignitose. Infine, anche l’Arabia Saudita sarebbe dovuta intervenire per impedire scenari di questo tipo, garantendo equità nelle condizioni contrattuali di lavoro. Tutti questi sforzi hanno portato Amazon a risarcire 700 dipendenti di alcune sedi in Arabia Saudita. La cifra ammonta a un totale di 1,9 milioni di dollari ed è stata versata a seguito dell’emergere delle condizioni di lavoro e contrattuali imposte ai lavoratori stranieri. La decisione della multinazionale mette in luce come il lavoro di ricerca e azione di Amnesty International possa rimuovere o compensare le violazioni dei diritti umani e allo stesso tempo esercitare una certa pressione a livello globale. Purtroppo, casi come questo non si sono verificati soltanto in Arabia Saudita, ma si possono menzionare controversie in altri paesi, situati persino nell’Europa democratica. Risale al 27 dicembre 2023 la sanzione di 32 milioni di euro da parte della Francia nei confronti di Amazon per il “monitoraggio eccessivamente invasivo del personale del magazzino”. Secondo la Commissione nazionale dell’informatica e delle libertà (CNIL), Amazon France Logistique esercitava un “eccessivo controllo delle performance” nella raccolta dei dati. Il monitoraggio dei dipendenti portava alla violazione delle norme sulla privacy dell’Unione Europea. Inoltre, Amazon ha ricevuto una relazione particolarmente severa sulla sicurezza di alcune sue strutture negli Stati Uniti da parte di investigatori federali. La relazione, diffusa il 18 gennaio dall'Occupational Health and Safety Administration (OSHA) – l'agenzia del Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti che si occupa di salute e sicurezza sul lavoro – riferisce che Amazon non adotta le necessarie procedure in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro. Nell'ambito della stessa indagine, l'Osha aveva già contestato in anni precedenti ad Amazon la mancata registrazione e segnalazione di infortuni e malattie sul lavoro. Il provvedimento dell'Osha rappresenta il primo caso di multe ad Amazon, da parte degli Stati Uniti, per le lesioni muscolo-scheletriche riportate dai lavoratori. La portavoce di Amazon, Kelly Nantel, ha dichiarato che l'azienda intende fare ricorso contro la nota dell'agenzia. L’articolo propone uno spaccato su alcune delle controversie del colosso Amazon Inc. da cui emergono spunti di riflessione sull'etica di un’azienda di cui presumibilmente tutti ne siano stati clienti almeno una volta nella vita. Fonti e approfondimenti Amazon risarcisce i lavoratori in Arabia Saudita - AI Italia Testo in inglese del rapporto "Non preoccuparti, è una filiale di Amazon" - Amnesty International Scioperi dei lavoratori di Amazon Italia - lasvolta Il punto sulla situazione in Arabia Saudita - TheGuardian Amazon risponde alle accuse per i fatti in Arabia Saudita - Amazon La Francia multa Amazon - IlFattoQuotidiano Sicurezza negli stabilimenti Amazon negli USA - Wired |
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Il caso dell’Università Bocconi e la condizione delle persone transgender in Italia |
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Nel corso dello scorso anno, l’Università Bocconi ha istituito la presenza di un bagno cosiddetto “gender neutral”. La notizia è stata rilanciata con soddisfazione da Best Bocconi un’associazione impegnata nella lotta per l’uguaglianza di genere sui social network. Alcuni studenti hanno reagito pubblicamente alla notizia con commenti oggettivamente offensivi e discriminatori. L’università, su segnalazione del presidente della Best Bocconi, ha intrapreso un’azione disciplinare nei confronti degli autori dei commenti e li ha sospesi per 6 mesi. Quella parte della stampa, che solitamente si distingue per mettere in discussione le conquiste da parte delle minoranze, in special modo di genere, come per esempio il Giornale, ha sostenuto la tesi per cui la “religione del woke” ha impedito agli studenti di esprimere parere contrario all’istituzione dei bagni gender neutral. Gli autori dei commenti hanno palesemente violato il codice di condotta che la Bocconi fa sottoscrivere. Ogni studente, deve infatti dichiararsi in linea con i principi di inclusione che l’ateneo promuove, senza contare che è inammissibile che la discriminazione e l’odio siano sdoganati alla stregua di un’opinione. In una società inclusiva, il razzismo, l’omofobia, la transfobia, la misoginia, non sono opinioni, ma fatti penalmente rilevanti, talvolta costituenti reati, e come tali andrebbero perseguiti e puniti. Inoltre, una piccola conquista per una minoranza, come quella dei bagni “gender neutral”, non può diventare l’occasione per indicare quella minoranza come causa di una marginalizzazione nei confronti di chi manifesta denigrazione o addirittura odio. Odio che talvolta si maschera dietro una derisione, un atto goliardico o di bullismo, pretendendo di sfuggire alla punibilità con il pretesto di aver esercitato la libertà di pensiero. La triste realtà è che le persone transgender soffrono pesanti discriminazioni nell’accesso ai diritti fondamentali, come quello alla salute. L’Istituto Superiore di Sanità definisce la fascia di popolazione transgender, marginalizzata rispetto alle politiche sanitarie, tanto da promuovere in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, il portale infotrans dedicato al benessere e alla salute delle persone transgender. La strada da percorrere verso il pieno riconoscimento dei diritti delle persone transgender in Italia è ancora molto lunga, ma sono stati fatti passi importanti, come l’orientamento espresso dalla sentenza 221 del 2015 della Corte Costituzionale. La Corte ha stabilito che per ottenere il cambiamento di sesso, non è sempre necessario l’intervento chirurgico, come era previsto dalla legge 164/82 che stabiliva la modificazione dei caratteri sessuali come condizione per dichiarare, con sentenza del tribunale, la rettificazione del sesso. In questo modo, sono state poste le basi per l’affermazione del principio per cui il diritto all’identità di genere e al cambiamento di sesso non può essere subordinato ad un trattamento medico, alquanto invasivo che deve tener conto delle condizioni psico-fisiche della persona e dei possibili rischi. L’iniziativa dell’Università Bocconi dovrebbe essere un’apripista per iniziative simili che contribuiscono ad affermare i diritti delle persone transgender e ad avanzare l’impegno delle università e del mondo dell’istruzione, a costruire una società più inclusiva che promuove il rispetto dei diritti umani. |
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Repubblica Democratica del Congo: tra transizione energetica e diritti umani |
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Fonte: Amnesty International |
“Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni” è l’obiettivo 7 dell’Agenda ONU 2030 sullo Sviluppo Sostenibile. Ad oggi, la transizione energetica è il faro per perseguire gli obiettivi di decarbonizzazione e la salvaguardia dell’ecosistema. Negli ultimi anni, le materie prime critiche hanno acquisito una valenza strategica, sia nell’ambito della transizione ecologica, sia sotto un profilo economico. Va infatti considerato che questi materiali risultano determinanti per diverse attività industriali in quanto impiegati, ad esempio, per la realizzazione delle turbine eoliche, dei pannelli fotovoltaici, ma anche delle batterie dei veicoli elettrici o degli smartphone. Cobalto, rame, nichel e litio sono tra i componenti chiave per la costruzione di questi dispositivi. Nel 2011 la Commissione Europea ha redatto la prima lista delle 14 materie prime critiche. L’elenco ha poi subito un aggiornamento nel 2020 arrivando a contarne 30. Tale aumento è dovuto al processo di riduzione delle emissioni di gas serra e all’innovazione tecnologica, che hanno lasciato il posto a una maggior “resource intensiveness”. A conferma della valenza strategica delle materie prime critiche nelle politiche industriali degli Stati nazionali è rilevante notare che, ad esempio in Italia nel 2022 si è costituito il Tavolo Nazionale Materie Prime Critiche con funzioni di coordinamento, ricerca e promozione dell’utilizzo di questi materiali. Tra gli obiettivi del tavolo anche quello di attuare una maggiore collaborazione con l’European Raw Materials Alliance che garantisce un raccordo, a livello europeo, in riferimento alla condivisione di informazioni, alla gestione e all’accesso sostenibile a queste fonti di approvvigionamento. Se quello di raggiungere la transizione energetica risulta l’obiettivo più urgente, Stati, aziende, investitori e consumatori devono altresì impegnarsi in una transizione che non danneggi altri elementi essenziali: quali i diritti umani e l’ambiente. È il caso di quanto accade nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), il paese tra i principali fornitori di rame e cobalto utilizzati nelle batterie agli ioni di litio. Più della metà della fornitura mondiale di cobalto proviene proprio dalla RDC e il 20% del cobalto attualmente esportato è raccolto da minatori artigianali nella parte meridionale del paese, per un ammontare di quasi 150.000 lavoratori nella regione. Tra questi, inoltre, sarebbero migliaia i ragazzi e le ragazze minorenni impegnati nelle miniere. Giornate lavorative da 12 ore, condizioni di sicurezza inappropriate e giovani sottoposti al trasporto di carichi onerosi. Rischi immediati ed effetti a lungo termine come deformazioni ossee e articolari, lesioni della colonna vertebrale, lesioni muscolari e muscolo-scheletriche. Esposizione a intemperie e temperature elevate. Questo quindi lo scenario, tra transizione ecologica e l’assenza di diritti umani. Se da un lato l’individuazione di fonti alternative rappresenta una necessità data da un’accelerazione della crisi climatica, dall’altro le aziende che si approvvigionano di minerali di transizione hanno la responsabilità e il dovere di rispettare i diritti. Amnesty International nella lettera indirizzata al Presidente Félix-Antoine Tshisekedi Tshilombo ha lanciato un appello per porre fine a tali sfruttamenti. Probabilmente entro il 2030, per soddisfare la domanda industriale, il mondo avrà bisogno del doppio di nichel, otto volte di manganese e dieci volte di cobalto e litio rispetto a quelli attualmente prodotti. Il mondo, però, avrà al contempo bisogno di garantire la salvaguardia della vita di coloro che sono coinvolti in questo processo industriale ed energetico. Se vuoi contribuire con Amnesty International all’impegno concreto per porre fine agli sgomberi di massa nel settore minerario nella RDC e attuare leggi per proteggere i diritti delle comunità minerarie, firma l’appello! |
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| | | | Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Gabriele Leggeri, Giampiero Della, Giulia Solferino Grafica: Stefano Gizzarone | | |
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