| | Diritti al punto | Newsletter di Amnesty International Lazio | | |
|
|
|---|
|
|
Cari lettori e care lettrici, Elżbieta, Anna e Joanna, attiviste polacche accusate nel 2019 di “offesa ai sentimenti religiosi” sono state assolte. Le tre attiviste avevano affisso dei poster raffiguranti la Vergine Maria con l’aureola dipinta con i colori arcobaleno, simbolo del movimento Lgbtqia+. Nei cinque anni dalle accuse, Amnesty International ha raccolto oltre 280 mila firme per chiedere la loro assoluzione. Nel corso delle ultime settimane le proteste in Israele si sono intensificate e hanno portato in piazza la richiesta di dimissioni di Netanyahu. I manifestanti esprimono il loro malcontento verso le azioni fallimentari del governo israeliano nella gestione degli ostaggi di Hamas, sono le proteste anti-governative più importanti di sempre che rischiano di generare anche una crisi politica interna. L’Arabia Saudita presiederà la prossima Commissione sullo status delle donne (CWS). La decisione ha suscitato l’indignazione di Amnesty International e di altre organizzazioni per i diritti umani sollevando l’incongruenza tra gli obiettivi della Commissione e il sistema repressivo saudita nei confronti delle donne. Amnesty International Italia ha lanciato una maratona per la libertà di stampa. Fino al 3 maggio, giornata mondiale della libertà di stampa, è possibile firmare gli appelli a sostegno della giornalista russa Maria Ponomarenko, del giornalista messicano Alberto Amaro Jordàn e dei due reporter israelo-palestinesi, Nidal al-Waheidi e Haitham Abdelwahed. La maratona richiama l’attenzione sull’importanza della libertà di espressione e di informazione, come diritto fondamentale. Se ti piace la nostra newsletter, condividi e invita chi vuoi a iscriversi cliccando sul link che troverai in fondo alla pagina. Buona lettura! |
|
|---|
|
|
Assolte le attiviste della “Madonna arcobaleno” |
|
|
|---|
|
|
Licenza: commons.wikimedia.org |
|
|---|
|
|
Settecento anni fa, nel momento più florido dell’arte bizantina, nel santuario polacco di Częstochowa giunse dall’Ucraina un dipinto della Madonna nera col bambino. L’icona, nella storia del regno di Prussia, è diventata il simbolo della resistenza alle dominazioni straniere ed è divenuto l’oggetto di culto del santuario polacco di Częstochowa dove ogni anno si recano 4-5 milioni di pellegrini. Tuttavia, in occasione del pride del 2018, qualcosa ha nettamente rovesciato l’idealizzazione dell’opera da parte dei polacchi. Si è pensato di riadattare il dipinto colorando le aureole con i colori arcobaleno della bandiera del movimento Lgbtqia+. Le aureole colorate sono diventate il simbolo della protesta che le attiviste Elżbieta Podleśna, Anna Prus e Joanna Gżyra-Iskandar hanno sollevato nell’aprile del 2019 contro la decisione della chiesa di Płock di disporre dei cartelloni in occasione della Pasqua, per indicare i peccati da cui i fedeli avrebbero dovuto tenersi lontani, tra i quali avidità, invidia e la cosiddetta ”ideologia gender”. Dopo appena un mese è stata avviata un’indagine contro le tre donne con l’accusa di aver violato l’articolo 196 del codice penale polacco, secondo cui “chiunque sia ritenuto colpevole di aver offeso intenzionalmente sentimenti religiosi attraverso la calunnia pubblica di un oggetto o luogo di culto è passibile di multa, restrizione della libertà o reclusione per un massimo di due anni”. Le accuse alle tre attiviste sulla base di questa norma hanno sollevato reazioni da parte di molte organizzazioni per la tutela dei diritti umani da diverse parti del mondo che hanno lanciato una campagna internazionale a sostegno delle attiviste, a cui ha aderito anche Amnesty. Il risultato della pressione sul governo polacco ha portato, il 2 marzo 2021, all’assoluzione di Elżbieta, Anna e Joanna. Tuttavia, la procura ha deciso di fare ricorso contro questa sentenza riaprendo così il processo, che si è chiuso il 28 marzo 2024 con l’assoluzione definitiva. Nel corso di questi interminabili cinque anni, solo Amnesty International ha raccolto circa trecentomila firme a sostegno della sentenza di assoluzione, confermando la divergenza dell’azione delle tre attiviste con il fondamento giuridico su cui si basavano le accuse mosse nei loro confronti. Fonti e approfondimenti Ultimi sviluppi a marzo 2021 - europatoday Il punto della situazione a inizio 2022 - VanityFair |
|
|
|
|---|
|
|
In Israele c’è chi protesta |
|
|
|---|
|
|
Licenza: commons.wikimedia.org |
|
|
|---|
|
|
Dopo i tragici eventi del 7 ottobre scorso in cui Hamas ha ucciso e rapito donne, uomini e bambini Israeliani, il governo di Netanyahu ha risposto con un’azione militare verso Gaza e allo stesso tempo, ha provato a mettere in atto una strategia volta a liberare gli ostaggi. Gli sforzi si sono concentrati principalmente sul fronte militare, prima con un attacco aereo a nord di Gaza, poi con un’operazione di terra che ha investito anche i territori a sud di Gaza. Ad aprile 2024 sono ancora tante le persone in ostaggio di Hamas e in tanti si chiedono cosa abbia fatto, o non abbia sufficientemente fatto Israele per la loro liberazione. Una prima liberazione degli ostaggi c’è stata con la tregua stabilita a fine novembre 2023 tra Hamas e Israele ottenuta grazie alla mediazione di alcuni paesi, tra cui Stati Uniti e Qatar. La tregua, oltre a consentire l’accesso di aiuti umanitari per i civili palestinesi, ha permesso il rilascio di una parte degli ostaggi da parte di Hamas, in cambio del rilascio di alcuni prigionieri palestinesi da parte di Israele. Terminata la tregua, sono riprese le ostilità, il cui inasprimento non ha aperto spiragli per un ulteriore cessate il fuoco e quindi per la liberazione di altri ostaggi. Fin dall’inizio delle ostilità post 7 ottobre, i famigliari degli ostaggi hanno inizialmente organizzato momenti collettivi e manifestazioni contenute, per chiedere al governo israeliano un intervento rapido ed efficace volto a liberare tutte le persone rapite. Sono trascorsi diversi mesi e l’escalation del conflitto, determinata anche da una risposta militare sproporzionata da parte di Israele, non ha favorito una distensione tale da poter prevedere un’ulteriore tregua e il rilascio di altri ostaggi. A questa situazione di stallo, sul fronte ostaggi, le famiglie hanno iniziato delle vere e proprie proteste contro il governo Netanyahu. Poche settimane fa, in migliaia sono scesi in piazza a Tel Aviv per chiedere, non solo la liberazione degli ostaggi, ma anche le elezioni anticipate, una chiara manifestazione di dissenso verso l’inerzia del governo israeliano nella gestione della liberazione degli ostaggi. Le persone scese in piazza sono circa centomila, protestano per la mancanza di un accordo raggiunto in tempo che avrebbe potuto salvare molte persone ancora nelle mani di Hamas. Secondo quanto riporta l’agenzia Reuters, la maggior parte degli Israeliani scesi in piazza accusa il governo di aver fallito nei propri sistemi di sicurezza, determinando una situazione di vulnerabilità che ha favorito il brutale attacco di Hamas del 7 ottobre. Netanyahu ha promesso di continuare la campagna israeliana a Gaza, che ha ucciso più di 34 mila palestinesi, fino a che tutti gli ostaggi siano liberati e Hamas sia distrutta. Lo sproporzionato intervento militare israeliano a Gaza che sta continuando a colpire obiettivi civili, ha allontanato le possibilità di un ulteriore tregua, ha generato alcune tensioni con i paesi che sostengono Israele nel suo diritto a difendersi e ha mosso il Consiglio di Sicurezza ONU nell’adozione di Risoluzioni di monito a Israele per un cessate il fuoco. Tra le ultime Risoluzioni adottate, si evidenzia quella che richiama gli Stati a cessare la vendita di armi ad Israele. Secondo la piattaforma di monitoraggio Crisis24, la polizia israeliana ha utilizzato idranti e fermato almeno 21 dimostranti dopo che le persone in protesta hanno tentato di bloccare le strade. Le proteste sono state abbastanza simili a Tel Aviv e a Gerusalemme e si sono concentrate nelle principali piazze pubbliche, centri città e nei pressi dei palazzi istituzionali. Non si escludono scontri tra la polizia e i manifestanti, ma al momento non ci sono chiare evidenze che ciò sia accaduto. Mentre nei primi mesi successivi al 7 ottobre le proteste erano sporadiche, quelle delle recenti settimane sembrano le più ampie proteste anti-governative mai iniziate. L’escalation del conflitto non ha solo influenzato la portata delle proteste, ma anche le richieste dei manifestanti che inizialmente sollecitavano il Governo di fare di più per la liberazione degli ostaggi fino a chiedere, nelle proteste più recenti, le dimissioni di Netanyahu. Le decisioni del governo israeliano nella crisi post 7 ottobre, oltre ad aver alzato la tensione a livello internazionale, hanno generato un malcontento nell’opinione pubblica israeliana che potrebbe minacciare le sorti dello stesso Netanyahu e causare una destabilizzazione interna. |
|
|---|
|
|
Arabia Saudita a guida della Commissione ONU sullo status delle donne: tra paradosso e opportunità |
|
|
|---|
|
|
Autore: UN Women/Ryan Brown |
|
|
|---|
|
|
Non finiscono i paradossi che ruotano attorno ai diritti umani. L’ultimo vede come protagonista l’Arabia Saudita, paese alla guida del prossimo Forum che definisce gli standard globali sull’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne, United Nations Commission on the Status of Women (UNCSW) Lo scorso 22 marzo, in occasione della riunione annuale della Commissione, i 45 Paesi membri del CSW hanno nominato all’unanimità l’Ambasciatore Saudita presso le Nazioni Unite, Abdulaziz Alwasil, come Presidente della Commissione per il prossimo mandato. La situazione paradossale, unita a un certo sgomento, sta nel fatto che l’Arabia Saudita sia uno Stato che agisce in evidente violazione dei diritti delle donne e sia stato scelto a guida di una Commissione che intende invece tutelare e promuovere tali diritti. Amnesty International ha condannato fin da subito la decisione di attribuire all’Arabia Saudita il ruolo di leader all’interno del Forum, commentando che tale scelta «va completamente contro le aspirazioni della Commissione». A questo coro si è unito anche Louis Charbonneau, direttore di Human Rights Watch che ha dichiarato: “L'elezione dell’Arabia Saudita a presidente della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne mostra uno scioccante disprezzo per i diritti delle donne ovunque. Un paese che incarcera le donne semplicemente perché difendono i propri diritti non ha alcun diritto di essere il volto del principale forum delle Nazioni Unite per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere”. Va considerato che dal 2017, con la nomina di Mohammed bin Salman a principe ereditario, sono state diverse le iniziative volte a promuovere l’uguaglianza di genere, nell’ambito del progetto Vision 2030, per cui l’Arabia Saudita si starebbe adoperando per un processo di trasformazione e modernizzazione della società, attraverso riforme sociali, culturali e industriali. Tra i passi avanti c’è la revoca, nel 2018, del divieto di guidare imposto alle donne, il permesso di partecipare ad un concerto e la legge del 2019, firmata dal re Salman bin Abdul-Aziz Al Saud, che abroga il dovere per le donne di viaggiare accompagnate da un uomo e chiedere il consenso di poterlo fare ai parenti maschi. In questo senso, la presidenza saudita al CSW potrebbe leggersi anche come chance: un’opportunità per lo Stato di mostrarsi nel suo processo di cambiamento agli occhi della comunità internazionale. Ciò sarebbe anche apprezzabile e sarebbe quindi plausibile la scelta unanime di conferire all’Arabia Saudita questo incarico. Sarebbe così anche più facile spiegare il silenzio e l’assenza di obiezioni registrate al momento della nomina dell’ambasciatore, da parte dei 45 Paesi membri del Forum. L'Arabia Saudita registra molti casi in cui i diritti delle donne non solo, non sono riconosciuti, ma sono anche violati. Salma al-Shehab, dottoranda all’università di Leeds, attivista e madre di due figli, è stata condannata il 25 gennaio 2023 dalla Corte penale specializzata di Riad, a 27 anni di carcere per aver difeso i diritti delle donne sul social network X. Manahel al-Otaibi, istruttrice di fitness, blogger e difensora dei diritti umani, vittima di sparizione forzata dal novembre 2023, colpevole di aver pubblicato una foto di sé senza l’abaya e contenuti critici nei confronti del repressivo sistema del tutore maschile. Come evidenzia Amnesty International, la bozza di codice penale saudita, prospetta un futuro catastrofico per le donne: garantisce l’impunità agli autori dei “crimini d’onore”, non punisce lo stupro coniugale e criminalizza le relazioni sessuali consensuali tra persone adulte dello stesso sesso e quelle extramatrimoniali. Il rischio legato alla presidenza del Forum è quello di utilizzare questa opportunità come una “vetrina” per vedersi riconosciuto il benestare della comunità internazionale e favorire un processo di gender washing, mantenendo invece all’interno dello Stato, pratiche di discriminazione e violenze. |
|
|---|
|
|
La maratona di Amnesty International per la libertà di stampa |
|
|
|---|
|
|
Fonte: Amnesty International |
Il 3 aprile scorso Amnesty International Italia ha lanciato una maratona per la libertà di stampa. Alla proposta ha aderito la FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana), che ha invitato tutti i giornalisti e le giornaliste italiane a firmare gli appelli. L’iniziativa è stata promossa in vista della giornata mondiale della libertà di stampa che ricorre ogni anno il 3 maggio come stabilito dall’ONU. La maratona consiste in una raccolta firme, nell’intervallo di tempo di 30 giorni dal 3 aprile al 3 maggio, a difesa della libertà di informazione ed espressione ed è dedicata a tre storie di persone in pericolo. La giornalista russa Maria Ponomarenko, il giornalista messicano Alberto Amaro Jordàn e i due reporter israelo-palestinesi, Nidal al-Waheidi e Haitham Abdelwahed. Per ciascuno di essi, Amnesty International ha lanciato un appello. Maria Ponomarenko è stata condannata dalla magistratura russa a 6 anni di reclusione e le è stato impedito di esercitare la professione per 5 anni. L’accusa nei suoi confronti è aver violato la norma, recentemente introdotta nel codice penale russo, che configura il reato di diffusione consapevole di fake news ai danni delle forze armate. La Ponomarenko aveva postato un video, nel quale denunciava la morte di numerosi civili nel bombardamento al teatro di Mariupol compiuto dall’esercito di Putin. Nonostante la rimozione del contenuto, la sua azione è bastata per una condanna tanto severa quanto intimidatoria nei confronti di chiunque in Russia voglia esprimere liberamente il proprio pensiero e darne diffusione. Il giornalista messicano Alberto Amaro Jordàn ha denunciato le organizzazioni criminali della sua zona responsabili del traffico di esseri umani ai fini di schiavitù sessuale. Il suo impegno gli è costato minacce e attacchi, purtroppo non solo da parte delle organizzazioni criminali, ma anche dai reparti della polizia e delle istituzioni. Ora rischia di perdere la protezione che il governo messicano gli aveva garantito, mettendo a repentaglio la sua sicurezza e quella della sua famiglia. Nidal al-Waheidi e Haitham Abdelwahed sono stati arrestati dalla polizia israeliana il 7 ottobre mentre documentavano l’attacco di Hamas e sono ad oggi tuttora detenuti in località ignota. Le autorità israeliane non solo non rivelano dove i due giornalisti si trovino, ma non hanno neppure dichiarato quali siano le accuse nei loro confronti e per le quali sono trattenuti, connotando di fatto l’accaduto come una sparizione forzata, pratica condannata dall’ONU con una specifica convenzione adottata nel 2010. Le vicende dei giornalisti e delle giornaliste a cui è dedicata la maratona, dimostrano come nonostante i passi avanti compiuti, ci sia ancora molta strada da percorrere. Secondo fonti ONU, ad oggi 40 paesi, principalmente in Asia ed Africa, sono considerati “non liberi” sotto il profilo della libertà di espressione. Per questo motivo, è ancora oggi importante ricordare come la libertà di espressione, sancita sia dalla Dichiarazione ONU dei diritti umani (art.19), sia dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (art.11), preveda la libertà di dare e di ricevere informazioni liberamente ed è un diritto fondamentale. Se vuoi fare la differenza e partecipare alle azioni di Amnesty a difesa della libertà di espressione, firma anche tu gli appelli! |
|
|---|
|
|
| | | | | |  | | | | | |
| | |
|
|
|---|
|
| | | | Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Gabriele Leggeri, Giampiero Della, Giulia Solferino Grafica: Stefano Gizzarone | | |
|
|
|
|---|
|
|
Questa email è stata inviata a {{contact.EMAIL}} |
| L'hai ricevuto perché sei iscritto/a alla nostra newsletter. |
| | | | |
|
|
|---|
|
|
|