| | Diritti al punto | Newsletter di Amnesty International Lazio | | |
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Lo scorso 29 agosto il Bangladesh ha firmato la Convenzione ONU contro le sparizioni forzate. Un decisivo passo avanti nella tutela dei diritti fondamentali in un paese che negli ultimi anni ha registrato un incremento di casi di sparizioni forzate. La ratifica della Convenzione però rappresenta solo un primo step, il Bangladesh dovrà impegnarsi per implementare la Convenzione e rendere effettiva la tutela dei diritti. Il 31 luglio 2024, il Tribunale di Dixinn in Guinea ha condannato otto persone, tra cui l’ex capo della giunta militare, Dadis Camara, per crimini contro l’umanità. La sentenza arriva dopo quindici anni dalle uccisioni e violenze perpetrate dalla polizia nel 2009 contro migliaia di persone radunate nello stadio di Conakry per opporsi alla candidatura di Camara. La decisione rappresenta una sentenza storica e una vittoria per la giustizia dei diritti umani in Africa. I primi di settembre è stato sospeso il fermo alla nave di Medici senza Frontiere, Geo Barents. Purtroppo, le attività di soccorso sono state nuovamente bloccate a fine settembre da un altro fermo, in applicazione del Decreto Piantedosi, convertito in legge. Amnesty International si è più volte espressa, criticando tali misure che prendono di mira le ONG impedendo loro di svolgere le attività di soccorso in mare, invece che focalizzarsi sulla necessità di cooperazione degli Stati europei per garantire sbarchi tempestivi, sicuri e meccanismi di condivisione delle responsabilità per l’assistenza di rifugiati e migranti. Se ti piace la nostra newsletter, condividi e invita chi vuoi a iscriversi cliccando sul link che troverai in fondo alla pagina. Buona lettura! |
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Il Bangladesh tra diritti negati e barlumi di speranza |
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Sito: Amnesty International |
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Il 29 agosto 2024 il Bangladesh ha fatto un significativo passo avanti nella salvaguardia delle libertà fondamentali, firmando la Convenzione delle Nazioni Unite contro le sparizioni forzate. Questo trattato, adottato nel 2006, mira a prevenire e punire un fenomeno che ha suscitato crescente preoccupazione a livello globale. Negli ultimi anni, il Paese ha visto un preoccupante incremento delle sparizioni forzate, spesso attribuite ad agenti governativi o loro sostenitori. Tali violazioni hanno richiamato l'attenzione di diverse organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International che ha denunciato l’azione del governo per aver intensificato la repressione della libertà di espressione, adottando leggi restrittive verso giornalisti e attivisti. La firma della Convenzione ONU segna quindi un momento cruciale verso una maggiore protezione dei diritti fondamentali, impegnando le autorità ad adottare misure concrete per prevenire ulteriori abusi e perseguire i responsabili. Inoltre, la ratifica potrebbe facilitare il dialogo con gli altri Stati. Sebbene la comunità internazionale abbia accolto con favore questa decisione, le organizzazioni per i diritti civili hanno ritenuto che l'adesione al trattato deve tradursi in azioni concrete. L'attuale contesto, caratterizzato da repressione e violenza, richiede infatti un impegno considerevole per affrontare queste violazioni. La firma della Convenzione offre anche al Bangladesh l'opportunità di rinnovare il dialogo con le Nazioni Unite, portando così a un incremento del supporto e della cooperazione in materia di diritti umani, inclusi programmi di formazione per le forze di polizia e le istituzioni giudiziarie. La cooperazione internazionale potrebbe potenziare le capacità locali e favorire un ambiente in cui i diritti umani siano rispettati e tutelati. In conclusione, la firma della Convenzione ONU da parte del Bangladesh rappresenta un importante passo avanti, ma il reale cambiamento dipenderà dall'effettiva implementazione delle riforme annunciate. La comunità internazionale rimarrà attenta, sperando che questa decisione si traduca in un miglioramento tangibile della situazione dei diritti umani nel Paese. Tuttavia, rimangono altre sfide. La cultura dell’impunità è profondamente radicata in molte istituzioni e la mancanza di volontà politica potrebbe ostacolare l'implementazione delle misure necessarie. Inoltre, la scarsa trasparenza nelle indagini e nei processi giudiziari costituisce un ulteriore ostacolo. Per evitare che la Convenzione diventi un semplice documento formale, sarà fondamentale un monitoraggio continuo da parte delle ONG locali. Fonti e approfondimenti Risoluzione del Parlamento europeo del 14 settembre 2023 sulla situazione dei diritti umani in Bangladesh Approfondimento sulla convenzione contro le sparizioni - DFAE della Confederazione Svizzera Approfondimento sulla 97° sessione del gruppo di lavoro sulle sparizioni forzate - UniPD Situazione in Bangladesh - Amnesty Italia Situazione in Bangladesh - ASGI |
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Verdetto storico per la strage di Conakry |
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Sito: Amnesty International |
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Sono da poco passate le ore 12.00 del 28 settembre 2009, decine di migliaia di persone sono sotto assedio. Nello stadio della capitale Conakry, le forze di sicurezza della Guinea aprono il fuoco verso uomini e donne che manifestano contro l’annuncio del capo della giunta militare in carica, Dadis Camara, di candidarsi alla presidenza del paese. 150 morti, centinaia di feriti e centinaia di giovani donne sottoposte a violenza, stupro e schiavitù da parte dei soldati. L’unico obiettivo, dopo la terribile ondata di violenza, era nascondere la tragedia, così le forze di sicurezza decisero di chiudere gli accessi allo stadio e portare via i cadaveri per seppellirli in fosse comuni. Tra le testimonianze delle vittime, si legge quello di Fatoumata Barry che il 15 marzo 2023 ha raccontato in tribunale di essere stata prima colpita dalla polizia e poco dopo gli agenti, le hanno strappato i vestiti con un coltello e l'hanno stuprata e picchiata ripetutamente con un pezzo di legno. Per 10 anni Fatoumata ha conservato il suo vestito strappato e macchiato di sangue in un sacchetto di plastica insieme a una TAC della sua scapola rotta, come prova della violenza sessuale subita da un soldato guineano. Tra ostacoli politici, finanziari e logistici, nell’ottobre 2009 è iniziata un’indagine interna, che si è conclusa alla fine del 2017. Poche le speranze di ottenere giustizia, soprattutto considerando l’impunità diffusa in caso di crimini all’interno del Paese. I sopravvissuti agli orrori, i parenti delle vittime e i gruppi della società civile si sono battuti per più di 14 anni per chiedere che si facesse chiarezza su quanto avvenuto quel giorno nello stadio di Conakry. Molte le organizzazioni promotrici della campagna di giustizia: in prima linea Amnesty International, ma anche l’Associazione delle vittime, dei genitori e degli amici del massacro del 28 settembre, Equal Rights for All, l’Organizzazione guineana per i diritti umani, la Federazione internazionale per i Diritti Umani, Human Rights Watch. Il 31 luglio 2024 il tribunale di Dixinn, trasferito presso la Corte d’Appello di Conakry, ha condannato otto persone per crimini contro l’umanità: lo stesso Moussa Dadis Camara, Moussa Tiegboro Camara, Marcel Guilavogui, Blaise Gomou, Paul Mansa Guilavogui, Mamadou Aliou Keita, Claude Pivi e Aboubacar Diakité. L’ex capo della giunta militare è stato condannato a 20 anni; Pivi, latitante, all’ergastolo; gli altri a pene tra 10 e 20 anni. La decisione della Corte di riclassificare i fatti proprio come “crimini contro l’umanità” ha permesso di riconoscere la gravità degli atti commessi, compresi i crimini sessuali. Un verdetto storico, dunque, che lancia un messaggio chiaro a leader politici, autorità e società civile. Un messaggio di speranza volto a garantire che crimini e violenze non rimangano impuniti e che la libertà personale, di manifestazione e di pensiero sono diritti fondamentali; per cui, non saranno anni di processi e lungaggini giudiziarie ad evitare che sia garantita loro giustizia. Fonti e approfondimenti |
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Sospeso il fermo alla nave Geo Barents. Una libertà durata poco |
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Lo scorso 11 settembre la Geo Barents, la nave soccorso di Medici senza Frontiere (MSF), ha potuto riprendere la navigazione. È stato sospeso il fermo amministrativo di 60 gg che era stato imposto alla nave per aver violato le prescrizioni previste dal Decreto Piantedosi, in particolare per le mancate comunicazioni agli organismi preposti per la sicurezza in mare (ndr Guardia Costiera Libica), in ordine ai soccorsi effettuati. ll provvedimento di fermo era stato emesso in seguito alle operazioni di salvataggio avvenute il 23 agosto scorso nel Mediterraneo centrale. Secondo le autorità italiane, la nave non avrebbe fornito informazioni tempestive al Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo italiano (MRCC) e avrebbe messo in pericolo la vita delle persone. Accuse respinte da Medici Senza Frontiere e basate su informazioni fornite dalla Guardia Costiera Libica. Nel sospendere il provvedimento, il giudice del Tribunale civile di Salerno, ha affermato che: "il prolungamento del fermo amministrativo comprometterebbe irreversibilmente il diritto della Geo Barents di svolgere la propria attività di soccorso in mare, impedendole di perseguire i suoi scopi umanitari, in conformità ai principi costituzionali e al diritto internazionale consuetudinario a cui l’Italia aderisce e deve promuovere" (art. 117 Cost.). Questa decisione ha ribadito l’importanza della conformità delle operazioni di soccorso in mare ai principi di tutela della vita umana e dell’assistenza, che non possono essere ostacolati da misure amministrative eccessivamente restrittive. Purtroppo la libertà è durata troppo poco, lo scorso 23 settembre la nave Geo Barents è stata sottoposta ad un nuovo fermo a cui ha fatto seguito un’ispezione del Controllo dello Stato di approdo della nave che ha rilevato otto carenze tecniche. MSF ha dichiarato di voler fare ricorso. Il Decreto Piantedosi (convertito nella Legge 15/2023), ha cambiato radicalmente le condizioni operative delle organizzazioni umanitarie impegnate nel Mediterraneo. La legge impone che, dopo ogni operazione di salvataggio, le navi delle ONG richiedano immediatamente un porto di sbarco dove dirigersi senza effettuare ulteriori operazioni di soccorso lungo il tragitto, salvo diversa autorizzazione. In caso di violazione, le navi rischiano sanzioni che possono comprendere multe fino a 50.000 euro, il fermo amministrativo o addirittura il sequestro dell’imbarcazione. Nel caso della Geo Barents, il fermo era stato imposto dopo che l'equipaggio aveva salvato diverse imbarcazioni di migranti nella zona SAR libica, senza attendere l'autorizzazione. La situazione a bordo delle imbarcazioni in difficoltà si era deteriorata rapidamente, e molte persone si erano gettate in mare per il timore di essere riportate in Libia. Non avendo ricevuto risposta alle loro richieste di autorizzazione, l'equipaggio della Geo Barents ha deciso di intervenire per salvare vite umane. Secondo Ricardo Martinez, project coordinator di MSF, una nave come la Geo Barents, in mare per dieci giorni, salva in media 200 persone. Un fermo di 60 giorni impedirebbe il salvataggio di circa 1.200 persone. Queste norme non solo limitano la capacità di rispondere alle emergenze, ma mettono in discussione il diritto fondamentale al soccorso, previsto dal diritto internazionale del mare. Il caso della Geo Barents, e la successiva decisione del tribunale, rappresentano un passo importante nella difesa delle operazioni di salvataggio nel Mediterraneo, ma la situazione resta critica. Già nel febbraio 2023, subito dopo la pubblicazione del DL Piantedosi, Amnesty si era espressa in maniera fortemente critica, deplorando il fatto che “queste misure prendano di mira le Ong e non affrontano invece le questioni chiave che portano alle violazioni dei diritti umani documentate nel Mediterraneo centrale, come l’incapacità degli Stati europei di agire in linea con il diritto e gli standard internazionali; la loro riluttanza a cooperare al fine di garantire sbarchi tempestivi e meccanismi di condivisione delle responsabilità per l’assistenza a rifugiati e migranti; e i loro sforzi per strumentalizzare le operazioni di ricerca e soccorso e assicurare che il maggior numero possibile di persone venga sbarcato in Libia, nonostante non possa essere considerato un paese sicuro.” Trascorso poco più di un mese, il 18 marzo, Amnesty International è tornata a parlare della “evitabile perdita di vite in mare”, all’alba della notte di Cutro, ribadendo come quel tragico evento sulle coste calabresi e molti altri tragici eventi rappresentino il risultato prevedibile di leggi, politiche e pratiche di governi che si sono succeduti, e che hanno minato l’integrità del sistema di ricerca e soccorso. “Un indebolimento che si è verificato sia a livello nazionale, sia a livello internazionale, dove si è data priorità alla cooperazione con le autorità libiche per bloccare le persone rispetto alla necessità di garantire soccorsi tempestivi e di proteggere da tortura e da altre gravi violazioni (dei diritti umani).” |
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| | | | Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Gabriele Leggeri, Giulia Solferino e Laura Guerri Grafica: Stefano Gizzarone | | |
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