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Diritti al punto

Newsletter di Amnesty International Lazio

Ottobre 2024

L’allargamento del conflitto in Medio Oriente ha determinato l’aggravarsi della situazione umanitaria anche in Libano. Amnesty International, insieme a MSF, UNICEF e WFP, denunciano gravi violazioni del diritto umanitario nei confronti dei civili e le difficoltà nel fornire l’assistenza medica necessaria. Occorre un intervento più incisivo da parte della comunità internazionale e dell’ONU per richiamare al rispetto del diritto umanitario, impedire il trasferimento di armi e lavorare verso una soluzione di pace duratura.

 

L’Alta Corte di Tokyo ha annullato definitivamente la condanna a morte di Iwao Hakamada, ex pugile condannato alla pena di morte per impiccagione nel 1968 con l’accusa di omicidio verso il suo datore di lavoro e i famigliari. Il Giappone è l’unico paese del G7 in cui si applica la pena di morte. Amnesty International si oppone fermamente alla pena di morte e si attiva affinché si arrivi all’abolizione totale in tutti i paesi che la praticano.

 

Ilham Tohti è un intellettuale uiguro in carcere dal 2014 con l’accusa di separatismo. Si è dedicato a costruire un modello di convivenza pacifica tra uiguri e cinesi dell’etnia han che gli è costata la detenzione, oltre a maltrattamenti. La sua storia fa riflettere sulle repressioni delle minoranze in Cina, tra queste, la popolazione musulmana dello Xinjiang. Amnesty International ha lanciato un appello  per la liberazione di Ilham Tohti.

 

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Buona lettura!

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L’escalation del conflitto in Medio Oriente. Quali conseguenze per i diritti umani in Libano

Autore: Libertinus 

Il conflitto in Medio Oriente continua a destare profonda preoccupazione per le conseguenze disastrose che si stanno verificando a discapito della popolazione civile. Da quando il conflitto si è esteso a livello regionale, oltre alla popolazione di Gaza, anche la popolazione libanese sta subendo gli effetti del conflitto. 

Successivamente al coinvolgimento del gruppo paramilitare Hezbollah e all’uccisione del numero due, Fuad Shukr, avvenuta il 30 luglio scorso da un drone israeliano, le azioni militari e gli attacchi, provenienti dalle varie parti in conflitto, si sono intensificate. A fine luglio, un attacco militare partito da Hezbollah ha colpito dei civili a Majdal Shams e Israele avrebbe risposto colpendo diverse postazioni dell’organizzazione. Le risposte militari di Israele agli attacchi subiti, sono state inizialmente mirate a colpire postazioni militari per poi trasformarsi in interventi di terra su larga scala dando avvio ad una guerra su più fronti. Ad inizio ottobre le forze militari israeliane sono entrate in Libano e sono proseguiti i raid aerei, con la richiesta da parte di Israele di evacuare alcune località libanesi. Mentre proseguono colloqui tra i leader di vari paesi, tra cui Stati Uniti, Qatar e Arabia Saudita, per non abbandonare la strada della soluzione diplomatica, la tensione resta alta e le ostilità non cessano, nonostante le continue richieste da parte della comunità internazionale per un cessate il fuoco sia a Gaza che in Libano. 

A metà ottobre il leader di Hamas, Yahya Sinwar, è stato ucciso in un’operazione israeliana a Gaza a cui non è seguita alcuna possibilità per un cessate il fuoco. Le ostilità continuano sia nei territori palestinesi occupati, sia in Libano. Nel mese di settembre scorso, Amnesty International Italia si è pronunciata a proposito delle esplosioni di massa simultanee avvenute in Libano e in Siria che hanno causato feriti e morti civili, chiedendo l’avvio di un’indagine. Qualora risultasse che gli attacchi siano stati perpetrati in modo indiscriminato, questi costituirebbero una grave violazione del diritto umanitario, nello specifico un crimine di guerra. L’escalation delle ostilità tra Israele ed Hezbollah ha aumentato il bilancio delle vittime e degli sfollati libanesi, ma anche degli sfollati del nord di Israele a causa degli attacchi provenienti dal Libano. Erika Guevara Rosas, direttrice per le ricerche e le campagne di Amnesty International, ha dichiarato che “tutte le parti in conflitto devono rispettare il diritto internazionale umanitario e prendere tutte le precauzioni possibili per proteggere la vita dei civili”. Aggiungendo l’invito a “tutti gli Stati a sospendere i trasferimenti di armi e altre forme di assistenza militare a Israele e Hezbollah”. Medici senza Frontiere (MSF) ha manifestato profonda preoccupazione per i bombardamenti in Libano che stanno colpendo aree urbane densamente popolate. In questo momento nelle zone colpite del Libano, c’è urgente necessità di cure chirurgiche per coloro che hanno riportato ferite gravi e di assistenza psicologica. Il personale di MSF ha riscontrato disturbi di ansia e depressione nelle persone costrette a fuggire o che hanno subito traumi per la perdita della casa o dei propri cari. Oltre all’assistenza medica e psicologica, c’è bisogno di beni di prima necessità, come materassi, coperte e kit per l’igiene. 

Il Vicedirettore esecutivo UNICEF Ted Chaiban e il Vicedirettore esecutivo del World Food Programme – WFP Carl Skau in una dichiarazione congiunta, rilasciata dopo una missione di tre giorni in Libano, hanno riportato le gravi situazioni che caratterizzano questa crisi umanitaria e allo stesso tempo hanno confermato il sostegno vitale di UNICEF e WFP attraverso attività di supporto ai bambini, tra cui servizi di sostegno psicosociale, e forniture di cibo. 

La comunità internazionale e l’ONU devono fare pressione affinché il diritto umanitario sia rispettato per la tutela della popolazione e delle infrastrutture civili e per garantire l’assistenza umanitaria. Al tempo stesso, devono proseguire gli sforzi per arrivare ad una cessazione definitiva delle ostilità che favorisca una soluzione per una pace duratura. 

 

Fonti e Approfondimenti

Medio Oriente: morto Sinwar, resta la guerra – ISPI 

Speciale guerra in Medio Oriente: armi e diplomazia - ISPI 

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Iwao Hakamada: l’importanza di non mollare mai, la rabbia per una vita negata

Sito: Free Malaysia Today

L’Alta Corte di Tokyo ha annullato definitivamente la condanna a morte di Iwao Hakamada, riconoscendo la sua innocenza dopo 56 anni dall’inizio dell’incubo giudiziario. Ex pugile originario di Shizuoka, era stato condannato all’impiccagione nel 1968 per il presunto omicidio del suo datore di lavoro e della famiglia di quest’ultimo, trovati accoltellati nella loro casa. Nonostante l’assenza di prove decisive e la presenza di pesanti irregolarità, tra cui una confessione estorta sotto coercizione e senza assistenza legale, Hakamada venne dichiarato colpevole e trasferito nel braccio della morte, dove ha trascorso decenni in condizioni di totale isolamento. 

Solo nel 2014 la Corte distrettuale di Shizuoka, per l’emergere di nuove prove dalle analisi condotte sul DNA, ha messo in dubbio la sua colpevolezza (e condanna) e ha scarcerato l’uomo, concedendo un nuovo processo. Questa decisione viene ancora contestata dall’accusa nel 2018, e solo dopo successivi ricorsi, finalmente nel 2023 è stato concesso un nuovo processo che ha portato alla sentenza di assoluzione del 26 settembre scorso. Nella sentenza il giudice dell’Alta Corte, Kunii Koshi, ha ribadito che  “L’autorità (che indagò a suo tempo ndr) ha aggiunto macchie di sangue e ha nascosto gli oggetti nella vasca del miso ben dopo che l’incidente si era verificato”.

Dopo un'attesa estenuante e anche grazie agli innumerevoli appelli di Amnesty International e di  altre organizzazioni per i diritti umani, è stata restituita giustizia ad un uomo che ha vissuto in attesa di essere giustiziato per un crimine mai commesso. Si possono immaginare i lunghi e difficili anni di sofferenza psicologica e fisica.

Ad oggi la procura (accusa) di Shizuoka non ha presentato appello alla sentenza, e ci si aspetta che non lo farà. A quel punto Hakamada avrà diritto di chiedere il risarcimento.

Gli avvocati della difesa, stanno valutando di presentare una causa contro il governo, per capire come sia andata davvero la vicenda e indagare i responsabili di questo gravissimo errore giudiziario. 

 

In Giappone questa assoluzione ha in parte riacceso il dibattito sulla pena di morte. Il paese del sol levante è l’unico Paese del G7, insieme agli Stati Uniti, ad avere ancora la pena di morte nel proprio ordinamento giudiziario.

La storia giudiziaria e la vita di Hakamada, che ha dovuto attendere la propria esecuzione in un braccio della morte per poi essere assolto, apre un problema importante per la reputazione della giustizia giapponese, specie all’interno del Paese. Dagli anni ‘50 ad oggi solo 4 casi di condannati a morte hanno avuto una revisione del processo e la popolazione giapponese ha tendenzialmente avuto fiducia nei tribunali della giustizia nazionale. Ci si augura che il caso di Hakamada, così emblematico, possa innescare nuovi percorsi verso l’abolizione della pena di morte in Giappone. 

 

La sorella di Hakamada, oggi 91enne, che è sempre stata al fianco del fratello, ha così commentato la sentenza: “Grazie a tutti, abbiamo ottenuto un'assoluzione...Quando ho sentito la sentenza sembrava quasi divina. Ero così commossa, e non riuscivo a smettere di piangere di gioia".

 

Lo scorso maggio, Amnesty ha pubblicato il Rapporto 2023 sull’uso della pena di morte nel mondo: “La pena di morte è una punizione crudele, disumana e degradante che ormai la maggior parte degli Stati del mondo ha consegnato alla storia. Negli anni, ci siamo impegnati sempre di più contro la pena capitale a prescindere dal reato commesso. A livello internazionale siamo, ad esempio, tra i membri fondatori della Coalizione mondiale contro la pena di morte. In Italia, dal 2014 collaboriamo con la Task force contro la pena di morte, istituita dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale” (Amnesty International Italia 29/05/24).

 

Amnesty International si oppone incondizionatamente alla pena di morte, ritenendola una punizione crudele, disumana e degradante ormai superata, abolita nella legge o nella pratica (de facto), da più di due terzi dei paesi nel mondo.

La pena di morte viola il diritto alla vita, è irrevocabile e può essere inflitta a persone innocenti. Non ha effetto deterrente e il suo uso sproporzionato contro poveri ed emarginati è sinonimo di discriminazione e repressione.

 

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Ilham Tohti, un prigioniero di coscienza

Autore: Pietro Naj-Oleari 

“Per due decenni ha incoraggiato il dialogo e la comprensione tra gli uiguri e cinesi Han. Ha rifiutato il separatismo e violenza e ha cercato una riconciliazione basata sul rispetto per la cultura uigura, che è stata oggetto di repressione religiosa, culturale e politica nella regione autonoma uigura dello Xinjiang”. Questa la motivazione della Giuria che nel 2016 conferì a Ilham Tohti il Premio Martin Ennals, il riconoscimento per coloro che difendono i diritti umani. 

Ilham Tohti, nasce ad Artush, provincia autonoma del Xinjiang Uyghur, il 25 ottobre del 1969 e si dedica completamente alla sua attività di docente universitario. Nel 1994 Tohti inizia ad essere tenuto d'occhio dalle autorità cinesi per via dei suoi scritti che davano voce alle discriminazioni che avvenivano nello Xinjiang. 

Considerato un pericolo, qualche anno dopo, nel 1999 viene allontanato dall’insegnamento con il divieto di pubblicare i suoi scritti, Tohti è quindi costretto a trasferire il suo pensiero online dove dà vita al sito uyghurbiz.net, finalizzato ad incoraggiare il dialogo tra uiguri e cinesi Han. Il sito viene oscurato più volte dalle autorità cinesi, fino a prevedere arresti per coloro che sostengono la pagina con le proprie idee.

Nel 2014 Ilham Tohti viene condannato all’ergastolo con l’accusa di separatismo, dopo un processo farsa durato due giorni, che non rispettava affatto gli standard internazionali del giusto processo.

La persecuzione degli uiguri nella regione dello Xinjiang da parte della maggioranza cinese affonda le sue radici verso la fine del ‘900, in particolare il 5 aprile 1990, a Baren, piccola cittadina nella zona sud-orientale del Xinjiang, quando circa 200 militanti uiguri armati, guidati da Zeydin Yusup, leader del Partito islamico del Turkestan orientale, insorsero attaccando le forze dell’ordine cinesi e chiedendo che l’immigrazione Han verso la regione fosse fermata.

Quello fu solo l’inizio di decenni di restrizioni alla libertà personale, campi di detenzione, indottrinamento, sorveglianza costante, repressione della libertà di pensiero, “campagne di rieducazione” per la minoranza uigura. 

Le stesse restrizioni che spettano a Ilham Tohti, sottoposto a maltrattamenti in carcere, all’uso di manette e cavigliere, a cure mediche inadeguate, oltre che alla mancanza di beni essenziali come il cibo, solo perché colpevole di aver esercitato pacificamente il suo diritto alla libertà di espressione.

Amnesty International sostiene la libertà di Ilham Tohti e chiede di far luce su quanto accade nella regione per scongiurare le sofferenze di almeno un milione di persone detenute in modo arbitrario e di chiudere ora i campi segreti di “rieducazione” per le minoranze etniche nell’area.

Per approfondimenti:

Firma l’appello di Amnesty International

Chi sono gli uiguri: storia di persecuzione nello Xinjian - Osservatorio Diritti 

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Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Gabriele Leggeri, Giulia Solferino e Laura Guerri

Grafica: Stefano Gizzarone 

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