| | Diritti al punto | Newsletter di Amnesty International Lazio | | |
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Care lettrici e cari lettori, il Trattato sull’Antartide, firmato il 1° dicembre 1959 a Washington, ha stabilito la sospensione delle rivendicazioni sul territorio antartico, il divieto di esperimenti nucleari e dello smaltimento dei rifiuti, oltre alla cooperazione internazionale nelle attività scientifiche. In questo numero, approfondiamo la questione della sovranità sulle nuove terre emerse, gli effetti dei cambiamenti climatici sui diritti umani e le conseguenti responsabilità degli Stati. È da poco trascorso il 25 novembre, giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. I dati sul femminicidio in Italia sono in crescita e la condizione delle donne in alcuni paesi del mondo, tra cui l’Iran è grave. Amnesty International mantiene l'attenzione e continua a sostenere le proteste al grido “Donna, Vita, Libertà”. La crisi in medio oriente non si arresta. La situazione dei civili a Gaza e in Libano è sempre più grave. A questo si aggiungono le conseguenze determinate dalle azioni del Governo di Israele, tra cui la decisione di impedire all’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi) di operare in territorio israeliano. Una legge che, secondo Amnesty, criminalizza l’aiuto umanitario. Se ti piace la nostra newsletter, condividi e invita chi vuoi a iscriversi cliccando sul link che troverai in fondo alla pagina. Buona lettura! |
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Dallo scioglimento dei ghiacciai alla tutela delle regioni polari |
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Il riscaldamento globale sta generando cambiamenti radicali nei ghiacciai dell’Artico e dell’Antartide, portando alla formazione di nuove terre e mari. Questa evoluzione non solo solleva questioni geografiche e ambientali, ma richiede anche un’attenta riflessione sulle implicazioni legali e sui diritti umani. La necessità di una nuova legislazione per gestire la sovranità su queste aree emergenti è cruciale, così come la protezione dei diritti fondamentali delle popolazioni colpite dai cambiamenti climatici. La questione della sovranità sulle nuove terre emerse è complessa e si basa su trattati internazionali, come il Trattato Antartico e la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Questi accordi stabiliscono che le nazioni costiere hanno diritti su determinate aree marine, ma non affrontano esplicitamente la questione delle terre emergenti, creando un vuoto legislativo che potrebbe portare a controversie tra Stati. Per affrontare tali questioni, è necessario sviluppare una legislazione chiara che definisca: - Il diritto di “proprietà”: se le nazioni costiere avranno diritto di rivendicare le nuove terre o se la territorialità sarà attribuita secondo criteri giuridicamente stabiliti
- L’utilizzo delle risorse: come verranno gestite le risorse naturali in queste nuove aree e se sarà necessario stabilire linee guida per l’estrazione sostenibile
- La governance internazionale: potrebbe essere necessaria l’istituzione di un organismo internazionale per regolare l’utilizzo e la tutela delle nuove terre.
Il cambiamento climatico ha un impatto diretto sui diritti umani, in particolare per le popolazioni vulnerabili. L’innalzamento del livello del mare, le tempeste più intense e i cambiamenti nei modelli climatici minacciano il diritto alla vita, alla salute, all’acqua potabile e a un ambiente sano. Le comunità indigene dell’Artico, ad esempio, stanno affrontando sfide esistenziali legate alla perdita del loro habitat tradizionale. Negli ultimi anni, sempre più persone stanno intraprendendo azioni legali contro Stati e aziende per “inadempienza climatica”. Questi casi, noti come climate litigation, mirano a garantire che i governi rispettino gli impegni internazionali sul clima e proteggano i diritti umani. Un esempio significativo è la causa intentata contro lo Stato italiano da oltre 200 ricorrenti per insufficiente impegno nella riduzione delle emissioni di gas serra. Questa azione legale sottolinea il legame tra politiche climatiche inefficaci e violazione dei diritti fondamentali. La crescente consapevolezza dell’interconnessione tra ambiente e diritti umani ha portato a iniziative globali per riconoscere i diritti umani ambientali. Diverse Corti internazionali hanno iniziato a considerare il cambiamento climatico come una minaccia diretta ai diritti fondamentali. Ad esempio, la Corte costituzionale tedesca ha annullato una legge sul clima ritenuta inadeguata perché posticipava i tagli alle emissioni troppo in là nel tempo, compromettendo così le libertà delle generazioni future. Per garantire che le nuove terre emergenti siano gestite in modo sostenibile, è fondamentale implementare politiche che garantiscano sia la protezione degli ecosistemi, sia il rispetto dei diritti umani. Ciò implica: - Aree marine protette: Stabilire zone off-limits per attività industriali al fine di preservare la biodiversità.
- Coinvolgimento delle comunità locali: Assicurarsi che le popolazioni indigene abbiano voce nelle decisioni riguardanti l’uso delle risorse nelle loro terre tradizionali.
- Educazione e sensibilizzazione: Promuovere programmi educativi che informino le comunità sui loro diritti e sulle opportunità di partecipazione attiva nella governance ambientale.
Il riscaldamento globale non solo modifica il panorama geografico dell’Artico e dell’Antartide ma solleva anche questioni legali complesse riguardanti la sovranità sulle nuove terre emerse e la protezione dei diritti umani. È essenziale sviluppare una legislazione chiara che affronti queste sfide, garantendo al contempo che gli interessi delle popolazioni direttamente coinvolte siano tutelati. La crescente pratica della climate mitigation rappresenta un passo importante verso la responsabilizzazione degli Stati e delle aziende nella lotta contro il cambiamento climatico, sottolineando l’importanza di un approccio integrato che combini giustizia ambientale e diritti umani. Fonti e approfondimenti La causa legale - giudizio universale Climate litigation - rete clima Questioni legate ai problemi ambientali - Questione Giustizia Artide - Wikipedia Antartide - insalute news Effetti sul globo - greenreport Mostra su Artide e Antartide - PNR Antartide, CNR Polarnet, Istituto Geografico Polare |
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Donne in Iran: verso Vita e Libertà! |
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L’evoluzione dei diritti delle donne nella storia iraniana è complessa e segnata da una serie di eventi politici, sociali e culturali che hanno determinato l’attuale, drammatica, posizione delle donne nella società. La rigidità dello Stato islamico in Iran non si spiega soltanto con il legame tra religione islamica e diritto, comune ad altri paesi, ma soprattutto con una cultura autoritaria e patriarcale che si è sviluppata e consolidata nel tempo. Fino al 1979, le donne iraniane godevano di pieni diritti: lavoravano liberamente, vestivano abiti occidentali ed esercitavano il diritto di voto. Con la rivoluzione del 1979 e l'istituzione della Repubblica Islamica, si impose un ritorno al ruolo "tradizionale" delle donne nella società iraniana. Tra il 1997 e il 2005, l'ayatollah Khatami aprì a una maggiore tolleranza sociale e religiosa (compreso l’accesso a Internet!), ma questa fase terminò con l’ascesa del conservatore Mahmoud Ahmadinejad. Sotto il suo governo, una rapida islamizzazione oscurò completamente il ruolo delle donne nella società, imponendo loro l’uso dell’hijab e abolendo di fatto qualsiasi autodeterminazione femminile. Ad oggi, la situazione che vivono le donne in Iran è tra le più discriminatorie al mondo, nonché la più lontana dalla democrazia e dal rispetto dei diritti umani: sono vittime di una repressione sistematica e istituzionalizzata che vieta loro di godere delle più semplici libertà civili e umane; e a vigilare sul rispetto delle rigide regole imposte dallo Stato è prevista un'apposita istituzione: la polizia morale. In seguito alla rivolta “Donna, Vita, Libertà”, innescata dalla morte di Mahsa Amini a settembre 2022, le autorità hanno ulteriormente limitato i diritti alla libertà di espressione, associazione e riunione pacifica, e hanno intensificato la repressione sulle donne che sfidano la legge che le obbliga al velo. Le proteste pacifiche sono state represse con l’uso indiscriminato della forza e arresti di massa. Migliaia di persone sono state sottoposte a interrogatori, detenzioni arbitrarie e azioni giudiziarie ingiustificate, per aver protestato pacificamente. Come denunciato da Amnesty International, da gennaio 2023 a migliaia di donne è stata confiscata la propria auto, sono state imposte multe e obblighi di frequentazione di corsi di “moralità”: “le autorità iraniane stanno terrorizzando le donne e le ragazze sottoponendole a costanti sorveglianze e controlli stradali, ostacolando la loro vita quotidiana e causando loro immenso stress mentale. Queste tattiche draconiane vanno dai sequestri di massa degli autoveicoli, ai controlli, ai posti di blocco, all’imposizione di pene inumane come le frustate o di periodi di carcere”, ha dichiarato Diana Eltahawy, vice direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord. A novembre scorso ci ha colpito il gesto di protesta di una coraggiosa ragazza iraniana, di nome Ahoo Daryaei, che era stata ripresa dalla polizia morale perché non indossava correttamente l'hijab. Arrestata e trasferita in un ospedale psichiatrico, le autorità hanno poi “spiegato” che la ragazza soffre di disturbi psichici e che contro di lei non è stata avanzata alcuna accusa perché ritenuta "malata di mente", e pertanto affidata alle cure della famiglia. Il regime ha spesso bollato i dissidenti come “malati di mente”. Sima Sabet giornalista iraniana residente nel Regno Unito, sopravvissuta a un attentato nel 2022, ha definito la situazione «vergognosa ». Secondo Sabet, l’apertura di cliniche per “curare” chi rifiuta di indossare l’hijab rappresenta un’azione intimidatoria per separare dalla società chi non si conforma all’ideologia dominante. Ad ottobre del 2022 Amnesty International e altre 42 organizzazioni non governative hanno chiesto al Consiglio ONU dei diritti umani di convocare una sessione speciale per la crisi dei diritti umani in corso in Iran. Nel novembre 2022 il Consiglio Unite, in risposta alla repressione delle diffuse proteste del movimento "Donna Vita Libertà", ha istituito la Missione internazionale indipendente d'inchiesta sulla Repubblica islamica dell’Iran. A marzo 2024 il Consiglio ha pubblicato il suo primo rapporto . Nel documento viene denunciata una situazione di ripetute violazioni dei diritti dove le donne sono vittime di una persecuzione istituzionalizzata che calpesta il rispetto delle garanzie minime. Le violazioni e i crimini commessi dalle forze di sicurezza iraniane durante e dopo le proteste includono uccisioni, uso non necessario e sproporzionato della forza, privazione arbitraria della libertà, tortura, sparizioni forzatep, esecuzione e violenze sessuali. La Missione ONU valuta “gli atti posti in essere dalle autorità iraniane come crimini contro l'umanità commessi come parte di un attacco diffuso e sistematico diretto contro la popolazione civile, in particolare donne, ragazze e altre persone che hanno espresso sostegno per i diritti umani." L’attivista Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace nel 2023 e detenuta nel carcere di Evin a Teheran, lo scorso ottobre, alla domanda: “Che cosa risponde a chi dice che il movimento Donna Vita Libertà è finito?” replicava: ”Il movimento non solo ha chiaramente minato la legittimità del regime, ma ha anche rafforzato le fondamenta di vita democratica nella società. La Repubblica islamica non ha la capacità di creare un modello che si adatti a qualche forma di democrazia. Ha un serio conflitto con i diritti umani e delle donne. Non rappresenta la società iraniana di oggi a nessun livello, nemmeno quella religiosa” Sono tante le donne iraniane che continuano a far sentire la loro voce e che si prodigano attivamente per ripristinare dignità e diritti attraverso la denuncia, la resistenza, l’arte, la politica, la narrazione, per continuare a mantenere alta l’attenzione della comunità internazionale e dare fiducia alle nuove generazioni, nonostante la censura e le barriere comunicative. In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia, ha dichiarato: “Il fondamento del patriarcato è che il corpo di una donna è sempre e comunque nella disponibilità, materiale e simbolica, di un uomo. Fondamento che nutre linguaggi, leggi, consuetudini. Ancora oggi, in molti paesi del mondo sono gli uomini a decidere se le donne possono studiare, quando e con chi devono sposarsi, come devono vestirsi. Perfino se possono cantare! Percosse, carcere, torture e spesso la morte sono la risposta a chi si ribella”. Iran: libertà per Narges Mohammadi – firma ora! |
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La decisione di Israele su l’UNRWA e il dilagare della crisi umanitaria |
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“Questa legge incosciente è un attacco diretto ai diritti dei rifugiati palestinesi. È chiaramente pensata per rendere impossibile l’operato dell’Unrwa nel Territorio palestinese occupato, costringendo l’Agenzia alla chiusura della sua sede a Gerusalemme Est e negando i visti al suo personale. Ciò equivale a criminalizzare l’aiuto umanitario e peggiorerà una crisi umanitaria già disastrosa”. Questa la risposta della segretaria generale di Amnesty International Agnès Callamard all’indomani della decisione presa da Israele su The United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees (UNRWA), l’Agenzia ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi. Lo scorso 28 ottobre, la Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato due proposte di legge. Una volta a bloccare qualsiasi attività dell’UNRWA sul territorio israeliano, l’altra volta a vietare ogni azione alle agenzie governative israeliane di interagirci. Un duro colpo a un’Agenzia che ha ormai da tempo, e ancor più negli ultimi 12 mesi, un ruolo centrale e indispensabile nella fornitura di cibo, acqua, assistenza medica, istruzione e rifugio ai quasi due milioni di palestinesi della Striscia di Gaza. L’UNRWA sostiene dal 1949 il soccorso e lo sviluppo umano dei profughi palestinesi. Questa è finanziata quasi interamente da contributi, su base volontaria, degli Stati membri dell’ONU. Proprio nel gennaio 2024, 9 Stati hanno deciso di sospendere l’erogazione dei fondi all’Agenzia, a seguito delle accuse secondo cui alcuni membri del personale sarebbero stati coinvolti negli attacchi di Hamas del 7 ottobre. Al 31 gennaio 2024 la sospensione dei fondi si è estesa ad ulteriori 15 Stati, tra cui anche l’Italia. Ad ogni modo, quasi tutti gli Stati che avevano sospeso i finanziamenti li hanno da allora ripristinati tranne gli Stati Uniti, dove il finanziamento resta congelato fino ad almeno marzo 2025. Un ulteriore cambio di rotta da parte della comunità internazionale è avvenuto proprio a seguito della decisione di Israele del 28 ottobre. L'Unione Europea ha infatti esortato le autorità israeliane a garantire che l’UNRWA possa continuare il suo lavoro essenziale nelle aree di crisi in linea con il mandato dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: da qui i numerosi messaggi, dalla voce unanime di preoccupazione e condanna, per l’approvazione delle proposte di legge, in particolare da parte di Regno Unito, Francia, Belgio, Irlanda, Norvegia, Slovenia e Spagna, Danimarca, Svezia, Portogallo e Germania. In definitiva, la posizione di Israele risulta contraria ai principi internazionali oltre che in contrasto alla decisione del 26 gennaio 2024 della Corte internazionale di giustizia che aveva previsto sei misure cautelari per Israele, tra cui quella di adottare misure immediate ed efficaci per garantire l’assistenza umanitaria ai civili nella Striscia di Gaza. Il teatro di guerra che si sta evolvendo nella Striscia di Gaza rappresenta una crisi dei diritti umani senza precedenti, con morte, assenza di aiuti, rischio di carestia e mancanza di beni primari. Amnesty International auspica la possibilità di veder proseguire l’azione di UNRWA e chiede al Primo Ministro Benjamin Netanyahu di porre fine alla crisi umanitaria dilagante nel territorio. Approfondimenti: Gli stati che hanno deciso di sospendere i fondi a UNRWA Firma l’appello di Amnesty International |
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| | | | Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Gabriele Leggeri, Giulia Solferino e Laura Guerri Grafica: Stefano Gizzarone | | |
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