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Diritti al punto

Newsletter di Amnesty International Lazio

Novembre 2024

Care lettrici e cari lettori,

il concetto di tregua ha radici profonde nella storia. Significa sospensione temporanea delle ostilità, solitamente a seguito di un accordo tra le parti belligeranti. A gennaio 2025, dopo intensi negoziati, sono stati definiti gli ultimi dettagli di un accordo di tregua tra Israele e Hamas. Una tregua definita in varie fasi che prevede il rilascio di ostaggi israeliani in cambio della liberazione di prigionieri palestinesi, un passo importante anche se fragile verso la stabilità.

Da fine gennaio 2025 nella Repubblica Democratica del Congo si registra un’intensificazione di guerriglie e combattimenti a danno della popolazione assediata dal gruppo armato M23, sostenuto dal Ruanda. Il coordinatore umanitario ONU nell’RDC ha richiamato l’attenzione sulla grave crisi umanitaria, soprattutto a Goma. Amnesty International continua a monitorare il conflitto e a chiedere che l’azione dell’M23 e del Ruanda sia fermata. 

Hussam Abua Safiya, pediatra palestinese, è detenuto nel carcere di Ofer, nella Cisgiordania occupata. Nel dicembre 2024, le forze israeliane hanno fatto irruzione nell’ospedale Kamal Adwan arrestando arbitrariamente il pediatra. Inizialmente, non si avevano notizie di dove fosse, solo successivamente, alla notizia del suo stato detentivo, è emerso che Abu Safiya ha subito alcune forme di torture e abusi. Amnesty International ha lanciato un appello per chiederne la liberazione. 

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Buona lettura!

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Riflessioni sulla tregua tra Israele e Palestina

Foto di: Ted Eytan 

Il termine “tregua” viene definito come: 

  1. Sospensione temporanea delle ostilità, conseguente o meno a un regolare patto stretto fra i belligeranti.
  2. Cessazione temporanea di contrasti, con riferimento sia a gruppi politici, fazioni, ecc., che a privati”

 

La definizione si riferisce ad una temporanea interruzione di un conflitto, in cui ogni parte in causa si accorda con le altre per sospendere ogni azione aggressiva.

 

Il concetto di tregua ha radici profonde nella storia dell’umanità. Già nell’antica Grecia esisteva l’ekecheiria, la tregua olimpica, che veniva proclamata durante i giochi e imponeva la cessazione di tutte le inimicizie pubbliche e private. Per quasi 1200 anni, questa tregua riuscì a imporre un’attenuazione temporanea dei conflitti tra le polis greche, quasi permanentemente in guerra tra loro. L’umanista Grozio, nella sua opera “De iure belli ac pacis” del 1625, ha esplorato le basi razionali delle tregue, sottolineando come il mondo della guerra non sia mai completo e sia sempre possibile ritagliare “isole di accordo” nel mezzo della belligeranza. Secondo Grozio, le tregue implicano un riconoscimento dell’altro come interlocutore razionale, capace di mantenere accordi, e dovrebbero essere interpretate nel modo più ampio possibile per estendere il periodo di pace.

 

A gennaio 2025, dopo intensi negoziati, sono stati definiti gli ultimi dettagli di un accordo di tregua tra Israele e Hamas. Questo accordo, strutturato in tre fasi, rappresenta un tentativo di porre fine a un conflitto che ha causato numerose vittime e una grave crisi umanitaria nella Striscia di Gaza. La prima fase, della durata di sei settimane, prevede il rilascio di 33 ostaggi israeliani in cambio di centinaia di prigionieri palestinesi, l’aumento degli aiuti umanitari e il ritiro dell’esercito israeliano dalle aree densamente popolate. Durante questa fase iniziale, devono avviarsi anche i negoziati per chiudere definitivamente la guerra. La seconda fase dell’accordo prevede il rilascio degli ultimi ostaggi e il ritiro completo dell’esercito israeliano, mentre la terza fase si concentra sulla ricostruzione della Striscia di Gaza e la restituzione dei corpi degli ostaggi morti in prigionia.

La storia delle relazioni israelo-palestinesi è segnata da momenti di speranza seguiti da periodi di intenso conflitto. Un momento significativo fu la firma degli Accordi di Oslo nel 1993, quando il primo ministro israeliano Ytzhak Rabin e il leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina Yasser Arafat si strinsero la mano nel cortile della Casa Bianca. Per la prima volta, Israele riconobbe all’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) il diritto di governare su alcuni territori occupati, mentre l’OLP riconobbe il diritto di Israele a esistere, promettendo di rinunciare alla violenza. Nonostante la firma di ulteriori accordi nel 1995 (Oslo II), il processo di pace subì un tragico arresto con l’assassinio di Rabin da parte di un estremista religioso e l’elezione come Primo Ministro, l’anno successivo, di Benjamin Netanyahu, che aveva criticato quegli accordi.

 

L’attuale tregua rappresenta un passo importante, anche se fragile verso la stabilità. Come insegna Grozio, le tregue hanno il potenziale di presentare i combattenti l’uno all’altro come esseri umani piuttosto che come nemici, creando le condizioni per un dialogo più costruttivo. Tuttavia, l’opposizione di elementi estremisti da entrambe le parti e la complessità della situazione sul terreno, con molteplici fronti aperti oltre Gaza, rappresentano sfide significative per l’implementazione e il mantenimento di questo accordo. La tregua, per sua natura temporanea, può trasformarsi in qualcosa di più duraturo solo se accompagnata da un genuino impegno per affrontare le cause profonde del conflitto e costruire fiducia reciproca tra le parti.

 

Fonti e approfondimenti

Tregua Israele-Palestina (ISPI 1) 

Tregua Israele-Palestina (ISPI 2)

Tregua Israele-Palestina (SaveTheChildren)

Tregua Israele-Palestina (Geopop)

Tregua Israele-Palestina (Internazionale)   

Questione israelo-palestinese (SkyTg24)

Tregua Israele-Palestina (SkyTg24)

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L’escalation in Repubblica Democratica del Congo

Fonte: rawpixel.com

Centinaia di morti, migliaia di feriti e centinaia di migliaia di sfollati. Assenza di acqua potabile e corrente elettrica, esplosioni, saccheggi e utilizzo di armi ad ampio raggio. Questo è lo stato in cui versa la popolazione congolese da decenni e ancor più nel corso dei primi mesi del 2025. 

Dal 27 gennaio 2025, infatti, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) si registra un’intensificazione di guerriglie e combattimenti a danno della popolazione assediata dal gruppo armato M23, sostenuto dal Ruanda, che nell’ultimo mese ha assunto il controllo di Goma e Buvaku, due importanti città delle regioni orientali attorno al lago Kivu. 

Il conflitto in Congo affonda le sue radici nel 1996 quando ebbero inizio le “guerre africane” che videro uno scontro aperto principalmente tra Congo e Ruanda. Coltan, materiali preziosi e le ricchezze della regione al centro delle motivazioni reali del conflitto.

La guerra prosegue e a seguito degli accordi di pace firmati il 23 marzo 2009 tra il presidente Joseph Kabila e il Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp), nacque l’M23: un gruppo armato formato da ribelli congolesi che si poneva l’obiettivo di difendere la minoranza tutsi. Nel 2012 i ribelli iniziarono a combattere sia contro l’esercito regolare congolese sia contro MONUSCO, la missione dell’ONU istituita per mantenere la pace nella regione. 

Gli attacchi dell’M23 degli ultimi mesi in Congo, che troverebbero apparentemente radici nella difesa della minoranza tutsi, sarebbero invece supportati dal Ruanda che ha sempre guardato alla RDC come ad un’allettante area da conquistare così da godere delle preziose risorse e materie prime. 

Di fronte a questo scenario, le reazioni della comunità internazionale. Il coordinatore umanitario ONU nella Repubblica Democratica del Congo, Bruno Lemarquis, ha richiamato l'attenzione sulla grave crisi umanitaria a Goma, in particolare sulle strutture mediche sovraccaricate, non in grado di garantire la necessaria assistenza sanitaria, e sugli episodi di saccheggio che hanno colpito infrastrutture e magazzini con generi primari e aiuti umanitari destinati alla popolazione. 

A metà febbraio il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione non legislativa con cui viene condannata fermamente l'occupazione di Goma e di altri territori nella parte orientale della RDC da parte dei ribelli dell'M23 e delle forze di difesa ruandesi, in quanto violazione inaccettabile della sovranità e dell'integrità territoriale della RDC. Il Parlamento ha inoltre esortato la Commissione e il Consiglio a sospendere immediatamente il memorandum d'intesa dell'UE sulle catene del valore sostenibili delle materie prime con il Ruanda, fino a quando il paese non cesserà tutte le interferenze nella RDC, compresa l'esportazione di minerali estratti dalle zone controllate dall'M23. 

Amnesty International continua a monitorare il conflitto e a chiedere che l’occupazione dell’M23 e del Ruanda nella RDC venga fermata. Seppur terra preziosa e ricca di materie prime, il bene più prezioso sul territorio congolese rimane il diritto alla vita, quello di tutta la popolazione colpita dai combattimenti.

Fonti e approfondimenti:

Aggiornamenti delle Nazioni Unite sulla missione MONUSCO

La condanna delle Nazioni Unite all’M23

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Gaza: libertà per il dottor Hussam Abu Safiya

Fonte: Amnesty International USA

Hussam Abu Safiya è un pediatra e neonatologo palestinese, è nato nel campo profughi di Jabalia, nella Striscia di Gaza. La sua famiglia, originaria della città palestinese di Hamama, fu costretta a fuggire durante la guerra arabo-israeliana del 1948. Dopo aver completato gli studi obbligatori, si trasferì in Kazakistan per frequentare la facoltà di medicina, dove conobbe e sposò Elbina, una donna kazaka. Nel 1996, dopo la laurea, la coppia tornò a Gaza, stabilendosi a Jabalia. Specializzatosi in pediatria e neonatologia, Abu Safiya ottenne un master e superò gli esami della Commissione Palestinese. Iniziò a lavorare come medico per il Ministero della Salute di Gaza, diventando successivamente capo del dipartimento di pediatria presso l'ospedale Kamal Adwan a Beit Lahia, nel nord di Gaza. Nel febbraio 2024, assunse la direzione dell'ospedale, sostituendo Ahmed al-Kahlout. Oltre al suo ruolo direttivo, Abu Safiya era anche il medico principale per MedGlobal a Gaza.

 

Con l'inizio del conflitto nella Striscia di Gaza nell'ottobre 2023, l'ospedale Kamal Adwan ha subito ripetuti assedi e attacchi da parte delle Forze di Difesa Israeliane (FDI). Nonostante la scarsità di forniture ed energia, il dottor Abu Safiya riuscì ad aumentare la capacità dell'ospedale da 120 a 200 letti. A causa dei frequenti bombardamenti, e la difficoltà negli spostamenti, Abu Safiya e la sua famiglia si trasferirono permanentemente all'interno dell'ospedale. Le FDI accusarono l'ospedale di ospitare membri di Hamas, e Abu Safiya fu interrogato più volte in tempi diversi.

 

Il 27 dicembre 2024, le forze israeliane hanno fatto irruzione nell'ospedale Kamal Adwan, arrestando arbitrariamente Abu Safiya insieme ad altri membri del personale medico e pazienti. Questo raid ha determinato la chiusura dell'ultimo grande ospedale funzionante nel governatorato di Gaza Nord. Amnesty International ha espresso grave preoccupazione per la detenzione del dottor Abu Safiya, sottolineando il rischio di torture e trattamenti inumani. Amnesty ha lanciato l’appello alle autorità israeliane per l’immediato rilascio del dottore, evidenziando che la sua detenzione rappresenta una violazione del diritto internazionale che garantisce la protezione del personale medico in zone di conflitto, sollecitando la comunità internazionale e i governi a intervenire per garantire la sicurezza e il rispetto dei diritti.

Per mesi, il dottor Hussam Abu Safiya prima di essere arrestato, ha raccontato al mondo quello che stava succedendo. Neanche dopo la perdita del figlio di 21 anni nel raid dello scorso ottobre, aveva smesso di lavorare e di essere la voce delle vittime di Gaza. Come molti operatori sanitari prima di lui, è stato arrestato mentre svolgeva il suo lavoro di medico e assisteva i pazienti.

 

Dal momento del suo arresto, il dottore era sparito, non si sapeva dove fosse detenuto. Alcuni palestinesi rilasciati dal carcere di Ofer, nella Cisgiordania occupata, avevano dato testimonianza che il dottore fosse proprio ad Ofer, ed è infatti lì che lo scorso 11 febbraio l’avvocato Mohammed Jabareen del centro palestinese Al Mezan lo ha potuto incontrare. 

Il medico è un detenuto amministrativo, senza accuse né processo, imprigionato in base a  leggi israeliane che prevedono la detenzione senza un'accusa formale. Dopo il suo arresto, è stato trasferito al carcere di Ofer, dove è stato messo in isolamento per 25 giorni, fino all'inizio di febbraio. Durante questo periodo, ha subito interrogatori quasi continui per dieci giorni. Abu Safiya ha perso conoscenza nella sua cella a causa di gravi difficoltà respiratorie.

Il medico ha raccontato all’avvocato Jabareen, di essere stato vittima di «varie forme di torture e abusi». Dopo l'arresto è stato spogliato con la forza, ammanettato, picchiato con bastoni e sottoposto a elettroshock, ha perso 12 chili in soli due mesi, segno del grave deterioramento delle sue condizioni di salute.

La detenzione di Abu Safiya rappresenta una chiara violazione dei diritti umani e dei principi di diritto internazionale umanitario sulla protezione degli operatori sanitari nei conflitti armati. La sua situazione continua a essere monitorata da Amnesty International che ne chiede l’immediata scarcerazione e che siano rispettati i diritti fondamentali del personale medico impegnato nei contesti di guerra. 

 

Firma l’appello: libertà per il dottor Hussam Abu Safiyala 

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Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Gabriele Leggeri, Giulia Solferino e Laura Guerri

Grafica: Stefano Gizzarone 

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