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Diritti al punto

Newsletter di Amnesty International Lazio

Aprile-Maggio 2025

Care lettrici e cari lettori,

Domenica 8 e lunedì 9 giugno saremo chiamati alle urne per esprimere il voto su cinque referendum. Tra i temi dei quesiti, la disciplina del lavoro e l’acquisizione della cittadinanza italiana.  In particolare, su quest’ultimo, si deciderà se ridurre i tempi da 10 a 5 anni di residenza legale per consentire ad uno straniero di presentare domanda per richiedere la cittadinanza italiana. Amnesty International Italia invita la cittadinanza a recarsi ai seggi per esprimere il proprio voto ed è impegnata nel sostenere il SI al referendum.

A Gaza non c’è più tempo. Nonostante la recente autorizzazione da parte di Israele all’ingresso di aiuti umanitari nella striscia, rimane la grave e perdurante condotta illecita del governo israeliano nella gestione degli aiuti umanitari che devono essere garantiti incondizionatamente alla popolazione palestinese. Amnesty International, da sempre ha lanciato appelli per un cessate il fuoco a Gaza, condannando il governo di Israele, ritenuto responsabile di genocidio contro la popolazione palestinese.

Ritorniamo sul tema dei migranti e sui Centri di permanenza per il rimpatrio in Albania. Mentre la Corte di Cassazione ha ritenuto legittimo il sistema sui CPR in Albania, il giudizio della Corte di Giustizia Europea è ancora in sospeso. Amnesty Italia ha più volte espresso il proprio parere contrastante con il sistema dei CPR in Albania, oltre ad averne denunciato le condizioni disumane. 

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Buona lettura!

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I referendum abrogativi dell’8 e 9 giugno

Fonte: Digital News

Domenica 8 e lunedì 9 giugno gli elettori saranno chiamati alle urne per esprimere il loro voto su cinque referendum abrogativi: quattro di essi, sui temi legati al mondo del lavoro ed uno sull’acquisizione della cittadinanza italiana.

Al centro dei quesiti sul lavoro, il contratto di lavoro a tutele crescenti, in riferimento alla disciplina dei licenziamenti illegittimi; le piccole imprese, in riferimento ai licenziamenti e alla relativa indennità; l’apposizione di termine al contratto di lavoro subordinato, durata massima e condizioni per proroghe e rinnovi; l’esclusione della responsabilità solidale del committente, dell'appaltatore e del subappaltatore per infortuni subiti dal lavoratore dipendente di impresa appaltatrice o subappaltatrice, come conseguenza dei rischi specifici propri dell'attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici.

Gli elettori dovranno poi esprimersi sul quinto quesito, relativo alla riduzione dei tempi per l’ottenimento della cittadinanza. In particolare, il referendum chiede che gli anni di residenza legale in Italia dello straniero maggiorenne extracomunitario, siano ridotti da 10 a 5.

In via di principio la cittadinanza è emblema della relazione che intercorre tra un individuo ed uno Stato. Ogni Stato adotta i propri criteri per la concessione e la perdita della cittadinanza. In Italia, la fattispecie è disciplinata dalla legge n.91 del 1992 (Nuove norme sulla cittadinanza) e successive modifiche e dal Decreto del Presidente della Repubblica n.362 del 1994 (Regolamento recante la disciplina dei procedimenti di acquisto della cittadinanza italiana).

La normativa italiana prevede che la cittadinanza si acquisisce tramite il principio dello “iure sanguinis” (diritto di sangue), oppure per residenza o naturalizzazione; per aver contratto matrimonio con un cittadino/a italiano/a; per beneficio di legge ovvero per i nati in Italia che hanno compiuto 18 anni; per esser nato sul territorio italiano (“iure soli” o diritto di suolo) da genitori apolidi o se i genitori sono ignoti o non possono trasmettere la propria cittadinanza al figlio secondo la legge dello Stato di provenienza; per adozione, da parte di un cittadino/a italiano/a, di un minore; per riconoscimento di paternità o maternità da parte di un cittadino/a italiano/a o a seguito di dichiarazione giudiziale di filiazione di un minore; può, inoltre, essere concessa per meriti speciali che hanno distinto la persona durante la permanenza nello Stato.

L’acquisto della cittadinanza italiana per residenza è previsto all’articolo 9 della legge 5 febbraio 1992 n. 91, in particolare la lettera f) prevede che la cittadinanza italiana sia concessa allo straniero che risiede legalmente da almeno 10 anni nel territorio della Repubblica.

Cosa accadrebbe quindi se tale disposizione venisse abrogata? Se il referendum sulla cittadinanza dovesse approvare l’abrogazione della norma attuale, lo straniero che risiede legalmente in Italia potrebbe fare richiesta di cittadinanza già dopo 5 anni. Ciò permetterebbe di ridurre i tempi per il riconoscimento della cittadinanza e agevolare i ragazzi e le ragazze in età scolastica e i giovani uomini e donne in un processo di integrazione e costruzione di un senso di appartenenza e identità.

Da ultimo, partecipare al voto sul quesito della cittadinanza rappresenterebbe in primo luogo, un’opportunità per apportare una puntuale modifica giuridica, ma soprattutto per esprimersi su una questione cruciale che ha diretto impatto sulla società tutta e che permetterebbe di scegliere, per la nostra comunità, una strada più aperta e inclusiva di quella odierna.

Amnesty International Italia invita la cittadinanza a recarsi ai seggi per esprimere il proprio voto ed è impegnata nel sostenere il SI al referendum. In particolare, sul quesito che interessa la cittadinanza, Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, ha precisato che la riduzione dei tempi renderebbe il sistema più equo e realistico, senza stravolgere i criteri già previsti. 

 

Approfondimenti:

L’Unità - Intervista Parla Noury: “Un SI ai referendum sulla cittadinanza per abbattere le discriminazioni”

 Ministero dell’interno - Come si diventa cittadini italiani

Centro Studi e Ricerche IDOS - Stima dei potenziali beneficiari della riforma referendaria della cittadinanza per naturalizzazione (8-9 giugno 2025) 

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A Gaza non c’è più tempo

Fonte: rawpixel.com

“Anche un territorio e una patria devono avere i Palestinesi, altrimenti non vi sarà mai pace in Medio Oriente” Sandro Pertini, Presidente della Repubblica italiana, 31 dicembre 1981

La questione israelo-palestinese è arrivata ad un punto tragico, in cui il dibattito sulla soluzione “due popoli, due Stati” è passata in secondo piano, per la catastrofica situazione umanitaria che sta interessando Gaza e il popolo palestinese. L’emergenza adesso non è più trovare una soluzione al conflitto che dura da decenni, quanto impedire la distruzione di un intero popolo. Si sono susseguiti numerosi appelli, da parte della società civile, delle organizzazioni umanitarie che operano sul campo, chiedendo non solo un cessate il fuoco, ma soprattutto l’ingresso degli aiuti umanitari, tra cui cibo, acqua e medicinali. Appelli inascoltati, Israele persevera nell’ostacolare l’accesso degli aiuti umanitari e nei bombardamenti indiscriminati che colpiscono la popolazione civile. Gaza sta scomparendo, i palestinesi rischiano la propria vita non solo a causa degli attacchi armati, ma anche e soprattutto per carenza di cibo e assistenza medica. A Gaza non c’è più tempo. Dopo lunghe settimane di stallo, soltanto il 19 maggio, Israele ha annunciato di aver autorizzato i camion delle Nazioni Unite carichi di generi alimentari e altri aiuti umanitari, a fare ingresso nella striscia. Questo permesso è arrivato dopo la dichiarazione di Netanyahu di voler prendere il controllo di tutta la striscia di Gaza e di porre in atto una nuova offensiva terrestre. Ma ancora più sconcertante è stata la spiegazione data dallo stesso Premier, di aver preso la decisione di consentire l’ingresso dei viveri, non per motivi umanitari, ma in base a “calcoli pratici e diplomatici”. Il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha rincarato la dose: “Israele distruggerà tutto ciò che resta della Striscia di Gaza”. Pierre Haski, giornalista di France Inter, spiega che “l’unico obiettivo di queste dichiarazioni è quello di mantenere l’unità della coalizione di estrema destra in Israele”. L’altro motivo che spiega tali dichiarazioni risiede nella volontà di Netanyahu di non perdere del tutto l’appoggio della comunità internazionale. Tuttavia, all’indomani della decisione di autorizzare gli aiuti, il Ministero degli esteri tedesco ha pubblicato un comunicato congiunto, firmato da 23 paesi, tra cui molti europei, Giappone, Canada e Australia, che critica duramente le modalità di questa ripresa degli aiuti, ritenuta in assoluto contrasto con i principi umanitari. Nello specifico, il comunicato rivolge due chiari appelli a Israele: consentire immediatamente la piena ripresa degli aiuti a Gaza e permettere alle Nazioni Unite di lavorare in modo indipendente e imparziale per salvare vite umane. Il comunicato inoltre reitera l’appello rivolto ad Hamas di rilasciare immediatamente gli ostaggi e permettere che l’assistenza umanitaria sia distribuita senza interferenze. Mentre la comunità internazionale, l’ONU e altre organizzazioni umanitarie, rivolgono appelli sia ad Israele che ad Hamas, l’atteggiamento del governo di Netanyahu sembra sfuggire alla logica del “rilascio di prigionieri per lo stop ai bombardamenti”, piuttosto, nell’azione di Israele, si percepisce un vero e proprio progetto di distruzione di Gaza iniziato prima ancora del 7 ottobre 2023, con gli insediamenti illegali nella striscia e in Cisgiordania. 

Israele non ha mai dato segni di consenso sulla soluzione “due popoli, due Stati” e sta approfittando della reazione difensiva per attuare il progetto di cacciare i palestinesi dalle loro terre. Un progetto che sta cercando di realizzare a tutti i costi, violando il diritto umanitario e portando un popolo allo stremo delle forze, privandogli il cibo e l’assistenza umanitaria, tutto questo davanti agli occhi di tutti noi.  L’organizzazione Save the Children ha denunciato che il 93% di persone a Gaza stanno soffrendo le conseguenze di un’acuta crisi di sicurezza alimentare e che la situazione è disperata, come non è mai stata prima. Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha ribadito pochi giorni fa che Israele ha il chiaro e preciso obbligo di rispettare il diritto internazionale umanitario e ha dichiarato che le Nazioni Unite e i loro partner hanno un chiaro e dettagliato piano in 5 fasi per portare aiuto alla popolazione disperata di Gaza: assicurare la consegna degli aiuti; ispezionare gli aiuti ai punti di accesso; trasportare gli aiuti dai punti di accesso alle strutture umanitarie; preparare gli aiuti per la successiva distribuzione; trasportare gli aiuti alla popolazione in stato di necessità. 

Amnesty International, da sempre ha lanciato appelli per un cessate il fuoco a Gaza, condannando il governo di Israele, ritenuto responsabile di genocidio contro la popolazione palestinese. Il 23 maggio scorso, in occasione della 40ma Assemblea Generale che si è svolta a Roma, in coincidenza con i 50 anni dalla nascita della sezione italiana,  gli attivisti e le attiviste di Amnesty hanno organizzato un flash mob al Campidoglio chiedendo lo stop al genocidio e ribadendo l’impegno di Amnesty Italia, durato “50 anni, mai in silenzio”. 

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Il Centro di permanenza per il rimpatrio di Gjader: tra sentenze e diritti umani

Autore: Sandor Csudai 

La recente sentenza della Prima Sezione penale della Corte di Cassazione (n. 17510/2025 – 8 maggio 2025) ha stabilito che i migranti detenuti nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Gjader, in Albania, anche se presentano domanda di asilo, non devono essere riportati in Italia. La Corte ha confermato la legittimità del trattenimento anche dopo la richiesta di protezione internazionale, equiparando il centro di Gjader ai CPR italiani previsti dall’articolo 14 del decreto legislativo 286/1998.

La decisione riguarda il caso di un cittadino marocchino, espulso dalla Prefettura di Napoli e trasferito nel centro albanese dopo essere sbarcato a Lampedusa nel 2021. Il Ministro Piantedosi e la  Questura di Roma hanno contestato la richiesta di asilo come un tentativo strumentale per tornare in Italia. Il ricorso del Ministero dell'Interno e della Questura di Roma è stato accolto, e il caso è stato rinviato alla Corte d’Appello di Roma per una nuova valutazione.

 

Lo scorso 15 maggio l'Assemblea della Camera dei deputati, anche alla luce della sentenza, ha approvato il disegno di legge di conversione  del DL 28 marzo 2025, n. 37, recante disposizioni urgenti per il contrasto dell'immigrazione irregolare. Il provvedimento dovrà ora essere approvato in Senato. Il cosiddetto “decreto Albania”, legittima il sistema di confinamento extraterritoriale delle persone migranti. La sezione italiana di Amnesty International si è espressa definendolo “Un sistema che, come dimostrano i riscontri raccolti dal monitoraggio effettuato da varie delegazioni del Tavolo Asilo e Immigrazione in Albania, è opaco, privo di garanzie e incompatibile con i principi dello Stato di diritto.”

 

E’ ancora in sospeso il giudizio della Corte di Giustizia Europea sulla compatibilità del modello Albania così rivisitato con il diritto dell’Unione europea, perché al di là delle dichiarazioni di singoli rappresentanti della Commissione UE, ancora non ci sono atti legislativi definitivi. La Direttiva europea sui rimpatri 2008/115/CE non consente il trattenimento pre-espulsivo al di fuori dei confini degli Stati membri, di fatto le richieste di protezione internazionale non possono essere processate al di fuori del territorio degli Stati UE.

La sentenza della Cassazione ha di fatto legittimato il sistema creato dal Governo Meloni sui centri in Albania. 

Ad oggi i risultati dell’operazione Albania sono minimi. Negli scorsi giorni il Governo ha comunicato che, in un mese il 25% delle persone trasferite, pari a 10 migranti, sono state effettivamente rimpatriate. Questi numeri non fanno alcuna differenza sul piano della sicurezza interna, né contrastano il traffico di essere umani nel Mediterraneo. Altri numeri sono invece i costi, sia a livello economico, sia in termini umanitari,  il TAI (Tavolo Asilo e Immigrazione) denuncia situazioni di smarrimento e paura tra i migranti trasferiti, persone che da anni vivono in Italia, che hanno rapporti familiari, o soggetti vulnerabili psicologicamente.

 

Tutto il “progetto Albania” è giuridicamente fragile, recentemente la Giudice di Pace Artone ha ordinato la liberazione di un cittadino trattenuto a Gjader, sollevando questioni di legittimità costituzionale, che saranno esaminate dalla Corte. Il caso riguarda un giovane arrivato in Italia nel 2017, portato in Albania il 9 aprile e trasferito nel Cpr di Brindisi a inizio del 2025, presentando domanda di asilo. La commissione esaminatrice ha respinto la richiesta, nonostante avesse una sorella cittadina italiana, e sua madre titolare di permesso di soggiorno. Il giovane è stato escluso dalla protezione speciale prevista dall’articolo 19 del TUI , in quanto non aveva provato la convivenza con i familiari dal suo arrivo nel nostro Paese. 

 

Amnesty nell'Articolo pubblicato lo scorso 16 aprile, afferma che “Secondo il TAI, l’intero sistema Albania ndr, rappresenta una sospensione della legalità e una violazione dei diritti fondamentali, mascherata dalla retorica dell’accelerazione dei rimpatri, senza che il Protocollo stesso produca reali benefici pratici.”

 

In questi ultimi anni, Amnesty ha più volte denunciato le condizioni all’interno dei CPR italiani, sottolineando che la detenzione amministrativa deve essere “funzionale e proporzionata, non punitiva”. Le persone sono confinate in spazi stretti e recintati, le strutture sono spesso in pessime condizioni igieniche, è vietato l’utilizzo dei cellulari o fortemente regolato, e si registrano episodi di maltrattamenti.  La violazione della dignità umana è condannata dall’Italia, e le autorità competenti piuttosto che deportare persone in CPR extraterritoriali, dovrebbero monitorare con attenzione quello che avviene nei CPR italiani e migliorare una situazione che è al limite di ogni principio umano e democratico.

 

Firma l’Appello di Amnesty ora : NOI STIAMO CON I RIFUGIATI 

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Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Gabriele Leggeri, Giulia Solferino e Laura Guerri

Grafica: Stefano Gizzarone 

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