Apri nel browser

Diritti al punto

Newsletter di Amnesty International Lazio

Luglio 2025

Care lettrici e cari lettori,

il 15 aprile 2025 è entrata in vigore in Ungheria la cosiddetta “Legge anti-Pride”, voluta dal governo sovranista di Viktor Orbán, che introduce pene fino a un anno di reclusione per chi organizza o partecipa ai Pride. La norma amplia i poteri di polizia, consentendo l’uso del riconoscimento facciale, lo scioglimento di manifestazioni già notificate e l’irrogazione di multe a chi partecipa a raduni vietati. Giustificata con la “protezione dell’infanzia”, questa legge rappresenta una grave restrizione dei diritti delle persone lgbtqia+ e rischia di alimentare tensioni sociali e repressione in Ungheria.

La storia di Alberto Trentini, cooperante italiano di Humanity & Inclusion, racconta di una detenzione arbitraria in Venezuela senza accuse formali e senza accesso alle garanzie di legge. Arrestato nel novembre 2024, è stato trattenuto per mesi senza contatti con la famiglia, fino a due telefonate – a maggio e a luglio 2025 – che hanno portato un momentaneo sollievo ma non hanno ridotto l’incertezza sul suo destino. Nell'articolo ripercorreremo le tappe della mobilitazione di amici, università, organizzazioni e società civile, che con flash mob, appelli e petizioni hanno mantenuto viva l’attenzione pubblica e chiesto il rispetto del diritto internazionale.

Il recente via libera del gabinetto di sicurezza israeliano al piano del primo ministro Netanyahu per assumere il controllo di Gaza City solleva forti preoccupazioni per il rischio di nuove atrocità e violazioni del diritto internazionale. Amnesty International, per voce della segretaria generale Agnès Callamard, ha condannato la decisione definendola “profondamente oltraggiosa” e potenzialmente devastante per la popolazione palestinese, già in condizioni umanitarie drammatiche. Approfondiremo anche le critiche interne ed esterne al piano, incluse quelle delle famiglie degli ostaggi e dei vertici militari, nonché il contrasto con il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia.

Se ti piace la nostra newsletter, condividi e invita chi vuoi a iscriversi cliccando sul link che troverai in fondo alla pagina.
Buona lettura!

­

La legge anti-Pride e la reazione di Budapest

Foto: ©ZOLTAN BALOGH

Il 15 aprile 2025 in Ungheria è entrata in vigore la “Legge anti-Pride”, promossa dal governo sovranista di Viktor Orbán, volta a prevedere una serie di disposizioni punitive, anche con procedimenti penali, fino a un anno di reclusione per chi organizza e partecipa ai Pride. Tra le altre disposizioni, anche l’ampliamento dei poteri delle autorità, permettendo loro di usare tecnologie di riconoscimento facciale per identificare le persone che partecipano alle manifestazioni e infliggere multe a chi prende parte a raduni vietati. La nuova legge, inoltre, amplia i casi in cui la polizia può sciogliere una manifestazione notificata, con il rischio di generare tensioni, disordini e un’escalation di violenza. L’approvazione della legge è stata resa possibile a seguito del voto espresso dal parlamento ungherese, su un emendamento che fornisce una base costituzionale alla negazione delle identità di genere di alcune persone nel paese e permette alle autorità di limitare i diritti, in particolare delle persone lgbtqia+, con il pretesto della protezione dell’infanzia.

Sulla scia della novella legislativa, il 19 giugno 2025 la polizia ungherese ha vietato il Pride previsto per il 28 giugno. Le reazioni da parte dell’Unione Europea e di diversi esponenti politici non si sono fatte attendere. Primo fra tutti Gergely Karácsony, Sindaco di Budapest, che, in risposta al divieto imposto, ha fatto del Pride una manifestazione cittadina, di competenza comunale, per cui non sarebbero state necessarie autorizzazioni.

Il Pride si è quindi svolto per le vie della città anche grazie al contributo di Amnesty International che, nei giorni precedenti, aveva lanciato l’appello #LetPrideMarch, firmato da oltre 120.000 persone di 73 stati, per chiedere che il 30° Budapest Pride si svolgesse senza intimidazioni, molestie o violenze da parte della polizia.

La legge anti-Pride rappresenta l’ultima azione di un Governo che, fin dal suo insediamento, ha inasprito le restrizioni ai diritti delle persone Lgbtqia+. Infatti, la nuova legge fonda la sua base giuridica sulla “Legge sulla propaganda” del 2021, su cui l’Unione Europea nello stesso anno ha aperto una procedura d’infrazione nei confronti dell’Ungheria. La legge del 2021 è stata approvata con il pretesto di proteggere i minori da contenuti ritenuti dannosi per il loro “sviluppo morale”. L’esito di questo provvedimento è stato una diffusa censura di libri, film e altre risorse che trattano tematiche Lgbtqia+, fino a rimuovere i materiali inclusivi da scuole, librerie e piattaforme pubbliche, limitando l’accesso all’informazione per tutte le persone.

Il nuovo assetto normativo, quindi, rafforza un clima di persecuzione iniziato già nel 2010 e che reprime e viola i diritti delle persone Lgbtqia+, non permettendo loro di organizzarsi ed esprimere pubblicamente la propria identità.

In vista del 28 giugno, Amnesty International ha chiesto di “proteggere i diritti umani e la dignità, piuttosto che far rispettare una legge che zittisce chi chiede l’uguaglianza”, una posizione che va abbracciata nel lungo periodo al fine di arginare i sentimenti di odio e repressione ancora troppo vivi in Ungheria.


Per approfondimenti:

Legge ungherese anti-LGBTIQ: il Parlamento chiede reazione UE

­

La storia di Alberto Trentini

Immagine: Mauro Biani

Il 15 novembre 2024 Alberto Trentini, cooperante italiano della ONG Humanity & Inclusion, da appena un mese in Venezuela per un progetto a favore delle persone con disabilità, è stato fermato da funzionari del SAIME (Servicio Administrativo de Identificación, Migración y Extranjería) mentre viaggiava da Caracas a Guasdualito ed è poi scomparso (Pagella Politica). Trasferito alla General Directorate of Military Counterintelligence, senza che fosse concesso l’habeas corpus e senza alcuna accusa formalizzata.

Dopo mesi di buio, l’attivismo degli amici e della società civile italiana ha messo in evidenza il caso di Alberto Trentini: flashmob a Venezia, digiuni di solidarietà, petizioni e interventi pubblici per mantenere i riflettori accesi (Centro di Ateneo UniPD per i Diritti Umani). Il 15 maggio 2025, a sei mesi dall’arresto, Trentini ha finalmente potuto parlare con la famiglia, rassicurando sul fatto che “sta bene”, nonostante il regime carcerario estenuante, come riportato da Wired Italia, che ha sottolineato anche lo stato di forte affaticamento psicofisico. La seconda chiamata è arrivata il 26 luglio: “angoscia, ma sollievo”, è stato il commento dei familiari, che hanno espresso di nuovo fiducia nel lavoro diplomatico in atto tra Roma e Caracas.

Sul versante delle istituzioni, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha inaugurato una linea di pressing diplomatico fin dal 15 gennaio 2025, convocando nuovamente il rappresentante venezuelano in sede diplomatica per chiedere spiegazioni sulla sorte di Trentini e contestare l’espulsione di tre funzionari italiani dal Venezuela (tg24.sky.it). La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha poi contattato la madre di Trentini, Armanda Colusso, assicurando che il governo italiano si sarebbe mobilitato fino al ritorno di suo figlio a casa, come riportato dalle cronache di Sky TG24.

Al centro di questa vicenda si staglia l’orizzonte della repressione sistematica denunciata da Amnesty International: da un lato, l’approvazione della cosiddetta “legge anti-ONG” in Venezuela, concepita per criminalizzare il lavoro umanitario e le associazioni di diritti umani — definita da Amnesty stessa una violazione grave della libertà di associazione e una minaccia alla società civile attiva —; dall’altro, l’organizzazione ha insistito affinché il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU rinnovasse il mandato della Missione indipendente del 2024 sulla repressione post-elettorale, che ha dettagliatamente documentato episodi di esecuzioni extragiudiziarie, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie e torture, come manifestazione di un attacco sistematico ai diritti civili, politici e umani in Venezuela (amnesty.org).

Nelle settimane immediatamente precedenti al sit-in del 19 luglio sul Ponte Votivo a Venezia, amici di Trentini hanno percorso fisicamente lo spazio pubblico per incalzare le istituzioni. Oggi, a otto mesi esatti dalla detenzione, la sua situazione rimane incerta: nessuna accusa formale è stata ancora resa pubblica, l’accesso a visite legali o mediche è negato, e la detenzione continua non solo a costituire un’ingiustizia individuale, ma un campanello d’allarme su ciò che accade quando un regime sceglie il silenzio come meccanismo autoritario.

Per Amnesty International, questo non è un caso isolato ma un sintomo inconfondibile del deterioramento della garanzia dei diritti in Venezuela: Trentini è per loro l’emblema della “sparizione de facto”, deterrente per chiunque operi in campo umanitario e a tutela dei diritti civili nel Paese. L’organizzazione richiede, dunque, la conferma formale, trasparente e documentata della sua detenzione, la libera e regolare assistenza consolare e legale, l’accesso medico immediato, la scarcerazione senza indugio in assenza di prova credibile, nonché pressioni multilaterali — inclusa la giurisdizione universale — sugli autori e mandanti di queste violazioni, invitando anche gli Stati europei a sanzioni mirate verso i funzionari venezuelani coinvolti.

Le domande che rimangono aperte sono tante: come può un cooperante italiano scomparire così, senza che emergano accertamenti pubblici, testimonianze o confessioni? Cosa deve ancora accadere perché le autorità concedano almeno l’accesso a una difesa? Trentini è un uomo che ha dedicato vent’anni della sua vita alla solidarietà internazionale, eppure è ridotto a simbolo di una repressione che non fa sconti a nessuno. Finché non tornerà finalmente libero, la sua storia dovrà restare viva nelle menti di chi difende i diritti umani, nelle ONG, nelle scrivanie dei ministri e nei messaggi delle istituzioni diplomatiche: perché lui è lì, ma il silenzio non si fonda su verità, bensì sulla paura che altri possano seguire il suo stesso destino.

­

Gaza City: il piano di Israele che rischia di travolgere i diritti umani

Foto: Libertinus 

Con la decisione del gabinetto di sicurezza israeliano di assumere il pieno controllo militare di Gaza City — dove quasi un milione di persone palestinesi già sopravvive in condizioni disperate — Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha definito l’iniziativa “profondamente oltraggiosa e sconcertante”. Ha ammonito che nulla potrà mai giustificare le atrocità di massa che una tale escalation militare inevitabilmente comporterebbe, ribadendo che “il peggio deve ancora arrivare”.

La decisione ha innescato una condanna globale senza precedenti. Le Nazioni Unite, per voce del segretario generale António Guterres e dell’alto commissario per i diritti umani Volker Türk, l’hanno definita una “pericolosa escalation” contraria al diritto internazionale e in violazione del parere consultivo della Corte internazionale di giustizia, che ha ribadito l’illegalità della presenza israeliana nei Territori palestinesi occupati. Secondo il diritto umanitario internazionale, le potenze occupanti hanno l’obbligo di proteggere la popolazione civile e di garantire l’accesso agli aiuti, non di imporre ulteriori misure coercitive che aggravino la sofferenza.

Organizzazioni mediche internazionali, tra cui Medici senza Frontiere e MedGlobal, hanno sottolineato che un’operazione di questa portata provocherebbe il collasso definitivo del sistema sanitario di Gaza, già ridotto allo stremo da mesi di bombardamenti e dal blocco degli aiuti. Ospedali danneggiati, carenza di forniture mediche e personale sanitario allo stremo rendono già ora impossibile garantire cure adeguate.

In Israele, la decisione ha scatenato proteste interne: migliaia di cittadini, inclusi familiari degli ostaggi, sono scesi in piazza chiedendo un cessate il fuoco e denunciando i rischi per le vite dei prigionieri e dei civili palestinesi. Le critiche provengono anche da ex alti ufficiali dell’esercito, che mettono in guardia dal pericolo di un’escalation incontrollata e dalla possibilità di compromettere le trattative per la liberazione degli ostaggi.

Sul piano internazionale, l’Unione Europea, il Regno Unito, il Canada, l’Australia e numerosi paesi della regione mediorientale hanno espresso la loro opposizione, accusando Israele di violare il diritto umanitario internazionale e di aggravare una crisi umanitaria già drammatica.

Amnesty International richiama l’attenzione sul fatto che questa crisi non è un episodio isolato, ma l’ennesima conseguenza di decenni di politiche discriminatorie, repressione sistematica e impunità. In particolare, l’organizzazione denuncia un regime di apartheid nei confronti della popolazione palestinese e segnala che recenti rapporti di B’Tselem e Physicians for Human Rights Israel qualificano le azioni israeliane come genocidio.

Amnesty chiede alla comunità internazionale di intervenire con urgenza: sospendere i trasferimenti di armi a Israele, imporre sanzioni mirate contro individui e istituzioni responsabili delle violazioni, e garantire un cessate il fuoco immediato e duraturo. Inoltre, ribadisce l’urgenza di assicurare l’ingresso senza ostacoli degli aiuti umanitari a Gaza, di revocare il blocco e di liberare tutti gli ostaggi civili detenuti da entrambe le parti.


Approfondimenti:

  • Amnesty International – Comunicato sul piano di occupazione di Gaza City
  • Al Jazeera – Reazioni internazionali al piano israeliano
  • El País – L’allarme dei medici di Gaza
­
­ ­ ­
­ ­
­ ­ ­
­
Iscriviti alla nostra newsletter
­
­
­
­
­

Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Gabriele Leggeri, Giulia Solferino e Laura Guerri

Grafica: Stefano Gizzarone 

­

Questa email è stata inviata a {{ contact.EMAIL }}

L'hai ricevuto perché sei iscritto/a alla nostra newsletter.

Annulla iscrizione

Inviato con Brevo