| | Diritti al punto | Newsletter di Amnesty International Lazio | | |
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Care lettrici e cari lettori, Rosario Valastro, Presidente di Croce Rossa Italiana (CRI), risponde alle domande della redazione di Diritti al Punto. La missione e le sfide future della CRI, gli obiettivi comuni con Amnesty International, i rischi e le difficoltà negli attuali scenari di crisi, questo e molto altro nella nostra intervista esclusiva.
L’impegno di Francesca Albanese, Relatrice Speciale ONU per i territori palestinesi occupati, nel lavoro di ricerca e denuncia delle violazioni dei diritti umani della popolazione palestinese. I rapporti pubblicati, che portano la sua firma, hanno avuto pesanti ripercussioni sulla sua persona e sull’espletamento del suo mandato. Accusata di parzialità politica e vittima di sanzioni da parte degli Stati Uniti.
La Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria via mare per portare aiuti a Gaza e rompere l’assedio imposto da Israele. La spedizione è stata sostenuta da attivisti e attiviste di tutto il mondo, scesi in piazza per mostrare sostegno alla flotilla e alla questione palestinese. Amnesty International ha fatto sentire la sua voce davanti agli attacchi illegittimi di Israele contro la missione umanitaria. Se ti piace la nostra newsletter, condividi e invita chi vuoi a iscriversi cliccando sul link che troverai in fondo alla pagina.
Buona lettura! |
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Qual è la missione della CRI e quali impegni o sfide future la attendono? «La Croce Rossa è nata 161 anni fa. Durante la Seconda Guerra di indipendenza, il nostro fondatore, Henry Dunant, ebbe l’idea di creare un'organizzazione umanitaria internazionale per soccorrere i feriti di guerra, capace di prendersi cura, senza alcuna distinzione, di chiunque ne avesse bisogno. A distanza di tanto tempo, la nostra missione non è cambiata: l’obiettivo della CRI è sempre quello di lenire le sofferenze delle persone.
La nostra azione umanitaria si è ampliata di giorno in giorno: da tempo, la Croce Rossa Italiana non è più “solo” ambulanze. Abbiamo una grande attenzione al tessuto sociale, nel quale abbiamo visto svilupparsi nuove vulnerabilità: alla povertà economica si è affiancata quella energetica, ci sono poi fenomeni come l’isolamento sociale, il supporto alle disabilità, l’integrazione e poi, nel contesto internazionale, tutte le azioni di sostegno alle comunità colpite da crisi, disastri e conflitti. Di strada ne abbiamo fatta tanta. La Croce Rossa Italiana è stata capace di far fronte alle nuove sfide che sono arrivate adattando la sua capacità di risposta alle esigenze del momento.»
In che modo la CRI collabora con altre associazioni e ONG, tra cui Amnesty International? Ci sono progetti di collaborazione in atto? «La Croce Rossa Italiana e Amnesty International hanno una missione diversa ma con una base molto simile: entrambe supportano le persone vulnerabili o la cui dignità è calpestata, sono impegnate quotidianamente al fianco di chi soffre, di chi vede violati i propri diritti; entrambe diffondono attraverso la loro opera una cultura della Pace e del rispetto reciproco. Questo rende le nostre realtà molto più simili che diverse. La collaborazione con le associazioni avviene su progettualità specifiche o su tematiche generali, a seconda della casistica. Con UNICEF e UNHCR abbiamo condiviso una campagna per supportare la popolazione del Myanmar dopo il terremoto e un’altra per garantire una risposta alla crisi ucraina. Con OIM, UNHCR e Save The Children, lavoriamo insieme per accogliere e supportare le persone migranti che arrivano sulle nostre coste dopo lunghe traversate via mare. Le iniziative che ci vedono impegnati insieme, che vedono nostri volontari e operatori lavorare fianco a fianco, sono davvero molte.»
Riguardo alle situazioni di conflitto in corso, in particolare a Gaza e in Ucraina, quali sono le principali criticità nello svolgimento delle operazioni da parte degli operatori di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa? Che tipo di supporto avete dalle autorità e dagli operatori locali? «La violenza e l’odio a cui assistiamo da due anni a questa parte ci preoccupano. Non c’è rispetto per le norme del Diritto Internazionale Umanitario, non c’è rispetto per la vita e per la dignità umana. La popolazione civile, i presidi sanitari, gli operatori umanitari sono troppo spesso oggetto di attacchi. Alla Croce Rossa è stato impedito di portare aiuti — come avrebbe potuto —, di visitare prigionieri ed ostaggi. E questo non lo possiamo permettere. La principale necessità che riscontriamo nelle zone interessate da conflitti risiede nel garantire la sicurezza degli aiuti: attualmente, in molti dei 130 conflitti in corso, ciò non avviene. Impedire agli aiuti di arrivare a chi ha bisogno, impedire che la popolazione colpita da un conflitto possa accedere ad acqua, cibo, cure sanitarie, non è accettabile. La Croce Rossa Italiana è impegnata in Ucraina fin dalle prime ore successive al conflitto. Sono tante le iniziative che abbiamo portato a termine per supportare la popolazione e l’azione della nostra Consorella nel Paese. Abbiamo realizzato circa 300 evacuazioni di persone fragili, fornito cliniche sanitarie mobili, realizzato un hub per lo stoccaggio degli aiuti, consegnato 56 abitazioni alla popolazione nell’Oblast di Zhytomyr e ne stiamo preparando altre 40 a Chernivtsi, che presto inaugureremo. La situazione a Gaza è difficile. La Croce Rossa Italiana ha donato alla popolazione 271.000 chili di farina, abbiamo fornito un primo blocco di aiuti sanitari, siamo parte, insieme alla IFRC, del progetto “Food For Gaza”, nell’ambito della progettualità avviata dal Governo italiano. La situazione è veramente difficile: oltre 50 operatori della Mezzaluna Rossa Palestinese e dell’ICRC sono morti mentre garantivano aiuto alla popolazione, una popolazione nella quale più di 80mila bambini hanno perso la vita o sono vittime di mutilazioni. Una tragedia umanitaria che speriamo ci permetta presto di tornare ad aiutare la popolazione, con un accesso sicuro per i nostri operatori sul territorio.»
Qual è stata la sfida più grande da quando ha assunto la carica di Presidente? «Sono tante le sfide che la Croce Rossa Italiana ha affrontato, tutte impegnative. Penso alla pandemia da Covid-19, al conflitto in Ucraina, alle alluvioni che hanno colpito numerose regioni del nostro Paese. Tutte missioni che ci hanno visto pronti ad agire, al fianco della popolazione. Siamo stati i primi ad arrivare e saremo gli ultimi ad andare via. C’eravamo, ci siamo e ci saremo. Ma credo che la vera sfida sia quella che deve ancora arrivare: abbiamo il compito di cercare di anticiparla, leggendo in anticipo le necessità della popolazione. Lo abbiamo fatto durante la pandemia, formandoci sul trasporto in alto biocontenimento. Dobbiamo continuare su questa strada.» |
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L’impegno di Francesca Albanese nei territori palestinesi occupati |
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Fonte: Amnesty International |
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Francesca Albanese è una giurista italiana specializzata in diritti umani in Medio Oriente. È stata nominata Relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati nel maggio 2022, dopo un lungo impegno in organizzazioni internazionali, governative e ONG, che l’hanno portata a lavorare per anni sul tema della protezione dei diritti nei territori palestinesi occupati. Come Relatrice Speciale, Albanese ha pubblicato rapporti periodici sullo stato dei diritti umani a Gaza e in Cisgiordania. I rapporti esaminano le violazioni dei diritti umani denunciando la situazione di apartheid, i crimini di guerra e il genocidio, riferito quest’ultimo alle operazioni militari di Israele a Gaza. I rapporti, infine, si concludono formulando delle raccomandazioni alle Nazioni Unite. Albanese ha più volte sollecitato azioni che richiamano al rispetto del diritto internazionale, le sue affermazioni e le denunce contenute nei rapporti hanno scaturito attacchi politici e campagne denigratorie nei suoi confronti, sino ad arrivare, nel luglio scorso, a subire sanzioni da parte del governo degli Stati Uniti. Il rapporto, “Anatomia di un genocidio” è stato presentato da Francesca Albanese al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite nel marzo 2024. Nel sommario si legge: “Analizzando i modelli di violenza e le politiche israeliane nell'attacco a Gaza, il presente rapporto conclude che ci sono ragionevoli motivi per credere che la soglia che indica che Israele abbia commesso un genocidio sia stata raggiunta. Una delle conclusioni principali di questo rapporto è che la leadership israeliana esecutiva e militare, nonché i soldati israeliani, hanno intenzionalmente distorto i principi dello jus in bello (diritto alla guerra ndr), sovvertendo la loro funzione protettiva, nel tentativo di legittimare la violenza genocida contro il popolo palestinese.” Le critiche rivolte ad Albanese si concentrano su due ambiti principali: l’accusa di parzialità politica, ossia che il suo linguaggio e le sue prese di posizione siano più politiche che tecnico-giuridiche, e sull’accusa di utilizzare termini estremi come “genocidio”, che per alcuni richiedono elementi specifici di intenzionalità che sarebbero difficili da provare in modo incontrovertibile. Su questi punti si sono aperti dibattiti accesi in campo politico e giornalistico, fino ad arrivare ad accusare Francesca Albanese di antisemitismo, e di essere addirittura una sostenitrice di Hamas. Accuse che si sono inasprite ulteriormente dopo la presentazione del rapporto “From economy of occupation to economy of genocide” (versione in lingua italiana) lo scorso giugno, durante la 59a sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Il documento esamina lo sviluppo dell’occupazione israeliana in Palestina, interpretandola come un progetto coloniale sostenuto da un esteso apparato economico-industriale. Dall’analisi emerge che tale sistema ha raggiunto una nuova fase, definita come “economia del genocidio”. Nel Rapporto si afferma che, mentre i governi e i leader politici evitano di adempiere alle proprie responsabilità, numerose imprese hanno tratto vantaggio dall’economia israeliana fondata sull’occupazione illegale, sull’apartheid e ora sul genocidio. Si tratta di uno studio minuzioso ed approfondito, fondato su prove evidenti. Lo scorso settembre la Commissione internazionale indipendente delle Nazioni Unite per l’inchiesta sul territorio palestinese occupato, ha presentato il Rapporto Conclusivo “Analisi giuridica della condotta di Israele a Gaza ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la punizione del reato di genocidio” un documento finale che si basa su tutte le indagini precedenti della Commissione, tra le quali il rapporto di Francesca Albanese del 2024, nonché sulle dichiarazioni del governo israeliano. La Commissione ha concluso che “le autorità israeliane e le forze di sicurezza israeliane hanno commesso e continuano a commettere i seguenti atti di genocidio nei confronti dei palestinesi nella Striscia di Gaza, ovvero (i) uccidere membri del gruppo; (ii) causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo; (iii) l'imposizione al gruppo di condizioni di vita volte a provocarne la distruzione fisica, totale o parziale; e (iv) l'imposizione di misure volte a impedire le nascite all'interno del gruppo”...” La Commissione conclude che lo Stato di Israele è responsabile per non aver impedito il genocidio, per aver commesso il genocidio e per non aver punito il genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza.” Negli ultimi decenni Amnesty International ha documentato le sistematiche violazioni dei diritti umani contro i palestinesi, con rapporti che documentano azioni illecite, tra cui demolizioni di case, trasferimenti forzati, detenzioni amministrative, limitazioni di movimento e discriminazioni strutturali riconducibili all’apatheid. Nel dicembre 2024, Amnesty International ha pubblicato il rapporto intitolato “Ti senti come se fossi un subumano: il genocidio di Israele contro la popolazione palestinese a Gaza”, denunciando senza mezzi termini le pratiche genocidarie di Israele contro i Palestinesi. Francesca Albanese, porta al centro del dibattito il tema della responsabilità internazionale, non solo di Israele, ma anche degli Stati e delle imprese che, con scelte politiche o economiche, traggono profitto da una situazione di violazione costante dei diritti un popolo; ha denunciato il ruolo di attori esterni e ha chiesto misure di responsabilità e prevenzione. Il mandato di Francesca Albanese, come Relatrice Speciale ONU per i territori palestinesi occupati, ha come obiettivo principale il monitoraggio e la denuncia delle violazioni dei diritti umani nei territori a cui si riferisce l’incarico. Le accuse subite per aver pubblicato dei rapporti che accusano Israele di gravi violazioni dei diritti umani e che denunciano la complicità di alcune aziende, rischiano di minare l’autorità del mandato indipendente affidatogli dalle Nazioni Unite. Il ruolo svolto da Francesca Albanese risponde ad un'esigenza di chiarezza della realtà giuridica e di affermazione del diritto internazionale che gli Stati sono tenuti a rispettare.
Approfondimenti: Amnesty è dalla parte di Francesca Albanese In difesa di Francesca Albanese: la verità scomoda dei diritti umani |
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La notte della Global Sumud Flotilla |
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Fonte: Amnesty International |
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Il 2 ottobre scorso, le navi della Global Sumud Flotilla, con a bordo attivisti, giornalisti e parlamentari di diverse nazionalità, vengono intercettate dalle navi militari israeliane che arrestano gli equipaggi. 47 imbarcazioni civili, partite da diversi porti del Mediterraneo, tra cui Barcellona e Genova, per un’importante missione umanitaria, con l’obiettivo di consegnare cibo, medicinali e altri beni essenziali alla popolazione palestinese sotto assedio e forzare il blocco marittimo di Israele sull’enclave, in corso dal 2007. Da quasi 18 anni, infatti, Israele impone un blocco sulla Striscia di Gaza occupata, con misure ancora più aspre dall’ottobre 2023. Tra le conseguenze del blocco, la limitazione dell’accesso a cibo, carburante e forniture mediche, che hanno esteso a dismisura gli effetti della crisi umanitaria e che, in parallelo agli attacchi militari, hanno portato all’uccisione di migliaia di palestinesi.
L’intercettazione delle navi della Flotilla rappresenta l’ennesimo atto illegittimo e violento da parte di Israele che da anni esercita azioni mirate contro il popolo palestinese, commettendo, secondo alcuni orientamenti, un vero e proprio genocidio a Gaza, di fronte agli occhi di tutta la comunità internazionale.
Davanti all’inerzia dei Governi di portare la pace e il cessate il fuoco nella Striscia e, ancora, davanti alla quasi generale assenza di condanna verso Benjamin Netanyahu e Israele, le attiviste e gli attivisti provenienti da 50 diversi Paesi hanno deciso di intraprendere un’azione di solidarietà senza precedenti, consapevoli dei possibili rischi alla propria persona e alla propria incolumità.
La notte del 2 ottobre le navi Israeliane hanno intercettato illegalmente al largo della costa della Striscia di Gaza almeno 39 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla e arrestato arbitrariamente decine di persone che vi erano a bordo. Dopo giorni di fermo le attiviste e gli attivisti sono stati rilasciati e riportati al sicuro nei propri Stati e hanno denunciato di essere state sottoposte a detenzione illegale e maltrattamenti, tra cui percosse e trattamenti umilianti. Il rilascio avrebbe dovuto essere immediato e senza alcuna condizione.
Dopo gli arresti, Amnesty International ha subito condannato gli attacchi alla missione umanitaria che si stava svolgendo in modo del tutto pacifico. La segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamard, esprimendo la sua preoccupazione ha dichiarato: “le minacce e le istigazioni che hanno preceduto l’azione delle forze israeliane sono state un vergognoso tentativo di demonizzare le iniziative pacifiche di solidarietà che chiedono la fine del genocidio e del blocco crudele e illegale, imposto da Israele nei confronti della Striscia di Gaza dal 2007 e ulteriormente rafforzato a partire dall’ottobre 2023”. Callamard ha poi lanciato un appello alla comunità internazionale: “gli Stati del mondo devono agire ora e dire chiaro e tondo che non tollereranno ulteriormente la sistematica riduzione alla fame della popolazione palestinese della Striscia di Gaza e gli attacchi contro le iniziative umanitarie della società civile. I decenni d’impunità per le clamorose violazioni del diritto internazionale da parte di Israele devono finire. Nulla può giustificare un genocidio”.
Giorni dopo la vicenda della Global Sumud Flotilla, è stato siglato un piano di pace proposto dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Ad oggi le notizie raccontano ancora di bambini vittime dell’IDF, le forze armate israeliane. Nonostante il piano di pace e la tregua siano stati accolti con entusiasmo, quasi a voler rappresentare un punto di svolta per il conflitto in Medio Oriente, la ripresa delle azioni militari da parte delle forze israeliane, ci raccontano una realtà differente che fa tutt’altro che gioire.
Il significato della parola araba “Sumud” è resilienza, perseveranza costante, resistenza di fronte alle avversità. Sono i sentimenti che hanno probabilmente caratterizzato il viaggio e i giorni di coloro che erano a bordo della Flotilla, con un unico obiettivo: assicurare la libertà e il diritto alla vita del popolo palestinese.
Approfondimenti: “Il piano di pace di Trump tra Israele e Hamas: cosa non va bene” - Amnesty International Italia L’inchiesta della BBC - “New images show Israeli control line deeper into Gaza than expected” "È mai davvero entrato in vigore il cessate il fuoco a Gaza?” - Wired |
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| | | | Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Gabriele Leggeri, Giulia Solferino e Laura Guerri Grafica: Stefano Gizzarone | | |
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