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Diritti al punto

Newsletter di Amnesty International Lazio

Gennaio 2026

Care lettrici e cari lettori,

il 2026 è iniziato con una buona notizia, la liberazione di Alberto Trentini, il cooperante italiano detenuto per oltre un anno in Venezuela. Nel riconoscere sicuramente il prezioso lavoro della diplomazia italiana, la libertà di Alberto è anche il risultato delle campagne, battaglie e appelli portati avanti dalla società civile e dalle tante  associazioni, tra cui Amnesty International Italia.

Negli ultimi due anni, i sistemi di controllo in diversi paesi del mondo hanno subito una trasformazione strutturale. In particolare, in Bielorussia, Egitto e Filippine si è consolidata una sofisticata architettura definita “legalismo autocratico”. L’obiettivo non è solo punire l’opposizione, ma neutralizzarla giuridicamente attraverso la manipolazione delle leggi e l’uso di tecnologie avanzate.

Il 9 dicembre 2025, Civicus Monitor, la piattaforma di ricerca globale che monitora lo stato delle libertà civili e dello spazio democratico nel mondo, ha pubblicato il rapporto “People Power Under Attack 2025” che evidenzia come l’Italia sia caratterizzata da uno “spazio civico ostruito”.

Drammatiche le immagini e i video delle uccisioni durante le proteste in Iran iniziate alla fine di dicembre 2025. Il regime iraniano ha avviato una brutale repressione delle manifestazioni, dando ordine alle forze di sicurezza di uccidere deliberatamente i civili. A questo, si è aggiunto l’ordine di isolare il paese da internet per impedire la diffusione di notizie e nascondere i dati reali sul numero delle vittime.

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Buona lettura!

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L’architettura del "legalismo autocratico": come si sta trasformando la repressione tra il 2024 e il 2026

Fonte: Amnesty International - Immagine AI

Negli ultimi due anni, i sistemi di controllo in diversi paesi del mondo hanno subito una trasformazione strutturale. Se in passato il dissenso veniva contrastato prevalentemente attraverso forme di coercizione fisica manifesta, l’analisi delle dinamiche in corso in Bielorussia, Egitto e Filippine mostra il consolidamento di una sofisticata architettura definita dagli esperti "legalismo autocratico". L’obiettivo non è più solo punire l'opposizione, ma renderla tecnicamente e giuridicamente impossibile attraverso la manipolazione delle leggi e l’uso di tecnologie digitali avanzate.


La Bielorussia e la "liquidazione" dello spazio civile

In Bielorussia, il settimo mandato di Aliaksandr Lukashenka, iniziato dopo le elezioni del 26 gennaio 2025, è stato caratterizzato da una sistematica rimozione di ogni residuo di resistenza interna. Al 31 dicembre 2025, i dati documentano la presenza di 1.131 prigionieri politici, tra cui 167 donne. La gestione della detenzione segue un protocollo specifico: i detenuti per motivi politici sono obbligati a indossare distintivi gialli, una pratica che facilita l’isolamento e gli abusi all'interno delle colonie penali.

Dal punto di vista normativo, lo strumento principale è la "Risoluzione n. 319" del giugno 2025. Questa norma classifica l'assistenza finanziaria straniera come attività estremista. Chiunque riceva supporto internazionale per attività sociali o di monitoraggio rischia l’inclusione in liste amministrative gestite dal KGB, che comportano l'interdizione dai pubblici uffici e dalle attività educative per cinque anni dopo l'espiazione della pena. Anche l'ambito religioso è stato normato: entro il giugno 2025, tutte le comunità religiose hanno dovuto affrontare un processo di ri-registrazione basato sul rispetto dell’"ideologia dello Stato", portando alla condanna di diversi esponenti cattolici e ortodossi per "tradimento".


Egitto: la detenzione come ciclo infinito

Il sistema repressivo egiziano si è evoluto verso un modello di "eccezione permanente". Il perno del sistema è la pratica della "rotazione" (Tadwir): quando un detenuto termina la pena o raggiunge il limite dei due anni di custodia cautelare, le autorità aprono un nuovo fascicolo giudiziario con accuse simili, impedendone la scarcerazione.

Un cambiamento rilevante è avvenuto nel febbraio 2024 con l'approvazione della Legge n. 3. Questo provvedimento ha trasferito ai militari la sicurezza delle infrastrutture civili (ponti, ferrovie, stazioni) e, soprattutto, ha esteso la giurisdizione militare ai reati legati ai "bisogni primari". In un contesto di alta inflazione, i civili accusati di manipolazione dei prezzi o accaparramento di beni alimentari vengono processati da tribunali militari, dove i giudici sono ufficiali in servizio che rispondono al Ministero della Difesa, eliminando la garanzia di un giudizio indipendente. Nel gennaio 2025, durante la Revisione Periodica Universale delle Nazioni Unite, il governo egiziano ha accettato alcune raccomandazioni sulla partecipazione pubblica, ma ha respinto formalmente quelle riguardanti l'abolizione della pena di morte e la fine della pratica della "rotazione".


Filippine: dal "red-tagging" al controllo finanziario

Sotto la presidenza di Ferdinand Marcos Jr., le Filippine hanno spostato il focus dalle esecuzioni extragiudiziali a un uso calcolato delle leggi antiterrorismo. Nonostante una sentenza della Corte Suprema del maggio 2024 (Deduro v. Vinoya) abbia stabilito che il "red-tagging" (accusare qualcuno di essere comunista) costituisca una minaccia reale alla vita, l’apparato di sicurezza ha continuato a operare attraverso il "terror-tagging" formale.

Questa strategia utilizza l'Anti-Terrorism Act (ATA) per paralizzare le organizzazioni civili. Un caso emblematico del 2024 è quello della ONG CERNET: l'organizzazione è stata accusata di finanziamento al terrorismo sulla base di una singola testimonianza relativa a fatti del 2012. Il risultato è stato il congelamento immediato dei conti bancari, che ha causato la sospensione di programmi umanitari in oltre 200 comunità. Questo meccanismo permette allo Stato di neutralizzare un'organizzazione senza bisogno di una condanna definitiva, utilizzando i requisiti internazionali del GAFI (Gruppo d'Azione Finanziaria) come giustificazione per aumentare i procedimenti giudiziari.


La sorveglianza digitale e la "disconnessione selettiva"

La dimensione digitale è diventata l'elemento trasversale di questi sistemi repressivi. In Egitto, è stato documentato l'uso dello spyware Predator attraverso la tecnica della "network injection". Sfruttando le infrastrutture dei fornitori internet nazionali, il traffico degli utenti viene reindirizzato verso server maligni per infettare i dispositivi.

In Bielorussia, la Risoluzione n. 476 del settembre 2025 ha formalizzato la procedura di "disconnessione selettiva": le autorità possono interrompere i servizi di telefonia e internet per specifici utenti senza mandato giudiziario. Durante le elezioni del 2025, è stato inoltre implementato un blocco dei domini non bielorussi (.by), trasformando la rete nazionale in una intranet controllata. Nelle Filippine, le nuove regole entrate in vigore nel gennaio 2024 permettono la sorveglianza elettronica e l'intercettazione delle comunicazioni, spesso attraverso procedimenti in cui l'accusato riceve notifica solo a operazione conclusa.


Fonti citate nel testo

Viasna Human Rights Centre (Bielorussia): https://viasna.org/en

Committee for Justice (Egitto): https://www.cfjustice.org/

Citizen Lab - Analisi sulle tecnologie di sorveglianza: https://citizenlab.ca/

OHCHR - Revisione Periodica Universale (UPR) Egitto 2025: https://www.ohchr.org/en/hr-bodies/upr/eg-index

Financial Action Task Force (GAFI/FATF) - Status delle Filippine: https://www.fatf-gafi.org/en/countries/detail/Philippines.html

Corte Suprema delle Filippine - Sentenza Deduro v. Vinoya: https://sc.judiciary.gov.ph/

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Spazio civico ostruito: il nuovo rapporto di Civicus Monitor

Fonte: Civicus Monitor

Il rapporto "People Power Under Attack 2025" di Civicus Monitor, una piattaforma di ricerca globale che monitora lo stato delle libertà civili e dello spazio democratico nel mondo, pubblicato il 9 dicembre 2025, ha evidenziato come l’Italia sia ora caratterizzata da uno “spazio civico ostruito”.


Da quello che si evince nel rapporto, a giocare un ruolo centrale nel declassamento dell’Italia in riferimento allo spazio civico sarebbero state tutte quelle politiche messe in campo dall’esecutivo guidato dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.


La costante analisi di molteplici flussi di dati sullo spazio civico ha permesso al Civicus Monitor di operare una valutazione dei Paesi classificandoli nelle seguenti categorie: aperto, ristretto, ostruito, represso, chiuso. Sarebbe ostruito quello spazio civico “fortemente conteso dai detentori del potere, che impongono una combinazione di vincoli legali e pratici al pieno godimento dei diritti fondamentali”.


In base a questa suddivisione il nostro Paese è oggi nella lista di circa 40 paesi che hanno ricevuto la stessa valutazione, tra questi anche Ungheria, Brasile e Sudafrica, e altre grandi potenze Occidentali come Francia, Germania, Stati Uniti d'America, Israele e Argentina.


Vale la pena a questo punto ripercorre questi ultimi anni caratterizzati dal braccio di ferro del Governo, e ricordare alcune delle iniziative che hanno concorso all’aggiudicazione di questo nuovo preoccupante “titolo” per l’Italia.


Nel mese di giugno 2025, il Parlamento ha approvato definitivamente il Decreto Sicurezza, un decreto-legge fortemente voluto dall’esecutivo, che ha nettamente inasprito le pene per coloro che pacificamente svolgono il loro diritto di manifestare o di mostrare il proprio dissenso, attraverso punizioni più severe e strumenti maggiormente repressivi.

Negli ultimi giorni, dopo i violenti scontri occorsi a Torino durante la manifestazione pacifica  contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, il Governo italiano ha messo a punto un ulteriore pacchetto sicurezza, su cui Amnesty ha espresso la propria posizione.


Nel corso del 2025, lo spazio civico è stato “ostruito” dalla vicenda legata a spyware Graphite di Paragon, per cui numerosi attivisti e giornalisti hanno subito una massiccia violazione dei diritti umani fondamentali e le norme internazionali sono state violate attraverso uno smodato utilizzo di sistemi di sorveglianza illegale.


Ancora, campagne diffamatorie contro la magistratura, giornalisti poco tutelati e una libertà anch’essa sempre più ostruita in nome di “regole, ordine e forza” hanno contribuito al declassamento dell’Italia.


Dopo la manifestazione per Askatasuna a Torino, Giorgia Meloni ha scritto sui propri social che il Governo è pronto “a fare quello che serve per ripristinare le regole in questa Nazione”: un messaggio non rassicurante che, come ricorda Amnesty International, avvicina sempre di più l’Italia all’Albania di Orban e che per il futuro fa pensare ad uno spazio civico sempre più ostruito.


Per approfondimenti:

La posizione di Amnesty International

Civicus monitor

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La feroce repressione delle proteste in Iran

Fonte: Amnesty International 

Il primo mese del 2026 si è concluso lasciando sgomento e indignazione di fronte alle notizie e alle strazianti immagini giunte dall’Iran sulle proteste in corso nel paese contro il regime imposto dall’ayatollah Ali Khamenei, attuale guida suprema dell’Iran.

Già negli anni passati abbiamo assistito alla dura repressione delle proteste scaturite dall’uccisione di Mahsa Amini, che avevano portato alla nascita del movimento Donna, Vita, Libertà. Le recenti proteste sono iniziate a fine dicembre 2025, su iniziativa della categoria dei mercanti iraniani che hanno chiuso negozi e iniziato gli scioperi nel Grande Bazar della capitale Theran, a seguito della crescente inflazione, la profonda svalutazione della moneta locale e la cattiva gestione statale dei servizi fondamentali, come la fornitura di acqua. Le proteste hanno coinvolto il resto della popolazione, scesa per le strade non solo per sostegno ai mercanti, ma per chiedere diritti, dignità e libertà. Già durante i primi giorni di proteste, le forze di sicurezza sono intervenute mettendo in atto una brutale repressione: oltre alle detenzioni illegittime, numerosi manifestanti sono stati uccisi dalle forze di sicurezza iraniane. I numeri sono cresciuti rapidamente, le organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, hanno fin da subito condannato la brutale repressione, chiedendo alla comunità internazionale di intervenire per fermare le esecuzioni sulla folla e garantire il diritto di protesta.

Drammatiche le immagini e i video giunti attraverso i media nelle prime settimane di gennaio, che ritraggono i corpi delle vittime in sacchi neri, all’interno di spazi adibiti ad obitori per il riconoscimento da parte dei familiari. Nei giorni successivi all’inasprimento delle proteste, è divenuto ancor più difficile raccogliere le informazioni a causa dell’interruzione della rete internet da parte del regime, che ha impedito la diffusione di notizie. Lo shutdown di internet, oltre a bloccare i canali di informazione e i social media, ha bloccato anche servizi finanziari, logistici, professionali e sanitari. Un articolo pubblicato su Wired, spiega che la rete viene bloccata a seguito di un ordine del governo dato agli Internet Service Provider (ISP), di spegnere l’accesso agli utenti, imponendo di disattivare o manipolare i server DNS o interrompendo il traffico verso l’estero. Inoltre, anche se spegnere Internet in una nazione popolata da 92 milioni di persone, come l’Iran, potrebbe sembrare un’impresa quasi impossibile, in realtà nella Repubblica islamica esiste un solo grande operatore che collega la nazione all’internet globale, funzionando da collo di bottiglia che rende molto più facile al governo tagliare l’accesso alla rete. Gli shutdown di internet sono sempre più diffusi nel mondo, nel corso del 2024 ci sono stati 296 interruzioni in 54 paesi, tra cui Myanmar, India, Malesia, Thailandia, El Salvador e anche Francia. Spesso i blocchi della rete avvengono in prossimità delle elezioni, per limitare la visibilità delle proteste o ostacolare le comunicazioni. Secondo la testata iraniana Zamaneh (agenzia di informazione di lingua persiana indipendente, in esilio, con base ad Amsterdam), lo shutdown serviva a celare la repressione letale e ad impedire la documentazione. I gruppi di monitoraggio sui diritti umani l’hanno definita “guerra digitale” dello Stato contro la società.  Inoltre, bloccare internet non serviva soltanto ad impedire alle persone di pubblicare video, ma anche a fermarle dall’organizzare i raduni per le proteste e a rallentare il flusso di prove, quando in realtà le strade erano diventate dei veri e propri luoghi di esecuzione.

A quattro settimane dall’inizio delle proteste, il bilancio delle vittime rimane incerto. Le fonti di informazione statali riferiscono circa 3 mila vittime, mentre fonti indipendenti parlano di oltre 30 mila. Come riporta EuroNews, tra le vittime, un gran numero di persone risultavano scomparse e molte sono state definite dalle autorità iraniane come “terroristi”. Lo stesso Khamenei ha dichiarato ripetutamente che i manifestanti sono “rivoltosi e terroristi” affiliati ai governi degli Stati Uniti e di Israele. Fonti mediche riferiscono di decessi causati da proiettili attraverso la nuca, a dimostrazione che le forze di sicurezza hanno sparato alle persone in fuga. Mai Sato, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per la situazione dei diritti umani in Iran, riferisce che le famiglie delle vittime sono state costrette a pagare una somma alle autorità iraniane per la restituzione dei corpi. La Missione internazionale d’inchiesta sull’Iran, ha raccolto le dichiarazioni di testimoni che hanno riferito di torture, violenze sessuali, arresti arbitrari e confessioni rese con coercizione.

Personale medico iraniano, rimasto anonimo, ha riferito all’agenzia di stampa Reuters che le forze iraniane hanno fatto irruzione negli ospedali e portato via manifestanti con ferite di arma da fuoco, in procinto di essere operati. 
Nonostante il regime abbia isolato la popolazione, impedendo la diffusione di notizie, il lavoro di ONG, associazioni e agenzie ONU ha permesso ugualmente di testimoniare e denunciare le atrocità commesse sui manifestanti dalla polizia iraniana.



Fonti e approfondimenti

Firma l’appello di Amnesty International “Iran: dalla parte di chi manifesta”

ISPI – Iran: Le opzioni del regime

Chatham House – Iran’s internet shutdown signals a new stage of digital isolation

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Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Giulia Solferino e Stefano Gizzarone

Grafica: Stefano Gizzarone 

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