Numero 3 di 21 · 8 dicembre 2025

Diritti al punto - Novembre 2025

Care lettrici e cari lettori il Parlamento europeo ha conferito il premio Sakharov 2025 al giornalista bielorusso Andrzej Poczobut e alla giornalista georgiana...

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Editoriale

Editoriale

il Parlamento europeo ha conferito il premio Sakharov 2025 al giornalista bielorusso Andrzej Poczobut e alla giornalista georgiana Mzia Amaglobeli. Due giornalisti in stato detentivo che stanno pagando a caro prezzo il loro impegno per aver detto la verità al potere. Il Parlamento europeo sostiene fermamente i difensori della democrazia e della libertà di espressione e continua a chiedere la liberazione dei due giornalisti.

Il poeta e attivista palestinese Refaat Alareer è rimasto ucciso nel dicembre 2023 in un attacco israeliano. Gli orrori della guerra, da un lato, e la passione per la letteratura dall’altro, lo hanno portato a fondare We Are Not Numbers, associazione no-profit che sostiene giovani autori e autrici gazawi. Per Alareer la scrittura era uno strumento per contrastare la disinformazione e la propaganda israeliana. Il club Tenco e Amnesty International Italia gli hanno conferito il premio Yorum in sua memoria.

Nel cinquantesimo anniversario della sua morte, parliamo di battaglie per i diritti civili attraverso il linguaggio di Pier Paolo Pasolini . I diritti civili come “i diritti degli altri” in una dimensione collettiva e relazionale. Il diritto non come privilegio personale, ma come vincolo etico che ci obbliga a riconoscere e tutelare la libertà e dignità altrui. Una visione ancora attuale che soffre delle minacce del nostro tempo e che già Paolini, autore visionario, aveva anticipato, smascherando le ipocrisie del potere e le illusioni del progresso.

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Articolo 1

Libertà di stampa: il significato del premio Sakharov

Il 22 ottobre 2025 il Parlamento europeo ha conferito il Premio Sakharov per la libertà di stampa a due giornalisti le cui vite raccontano la storia del coraggio di fronte alla repressione: il bielorusso Andrzej Poczobut e Mzia Amaglobeli, cittadina Georgiana. Non è una coincidenza che nel 2025 entrambi i premiati siano operatori dell’informazione che si trovano in stato detentivo. I tempi che attraversiamo vedono i giornalisti in condizioni di rischio e vulnerabilità, e la libertà di stampa non è più un valore universalmente garantito, ma un diritto sempre più minacciato.

Andrzej Poczobut, giornalista e attivista della minoranza polacca in Bielorussia, viene arrestato nel 2021. Membro di spicco dell’Unione dei Polacchi in Bielorussia, aveva documentato per anni la realtà del paese dalla città di Hrodna come corrispondente del quotidiano polacco ”Gazeta Wyborcza”. Nel 2023, in un processo svoltosi a porte chiuse, è stato condannato a otto anni di carcere duro con la generica accusa di “istigazione all’odio”.

Mzia Amaglobeli, invece, era già direttrice delle testate indipendenti ”Batumelebi” e ”Netgazeti” quando, nel gennaio 2025, ha partecipato alle proteste pacifiche contro il governo georgiano ed è stata arrestata. La sua condanna a due anni di carcere la rende la prima donna prigioniera politica della Georgia dall’indipendenza del paese, risalente al 1991. Ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro quella che ha definito una “detenzione motivata politicamente”.

Nel 2024 e nel 2025 il numero di giornalisti imprigionati nel mondo ha toccato livelli allarmanti. Secondo Reporters Without Borders, nel maggio 2025 ben 567 operatori dell’informazione erano in condizioni detentive.

Nello specifico, la Bielorussia si piazza al quarto posto mondiale per numero di cronisti detenuti. Il regime di Lukashenko considera come “estremiste” le pubblicazioni indipendenti, utilizzando questa categoria, non ben definita, per perseguirne gli autori. Nel 2024, in vista delle elezioni presidenziali, il numero dei processi politici è infatti aumentato del 50% e tutti i media indipendenti sono stati dichiarati illegali.

La Georgia ha una storia leggermente diversa, ma altrettanto preoccupante. Nel 2024 il paese ha subito una trasformazione drammatica con l’adozione della legge sugli “agenti stranieri”, una norma chiaramente ispirata alla legislazione russa che richiede alle organizzazioni con finanziamenti esteri di registrarsi come “organizzazioni che perseguono gli interessi di una potenza straniera”: ecco che è stato registrato il più alto numero di avvertimenti di violazioni della libertà di stampa tra i paesi membri del Consiglio d’Europa.

La libertà di stampa non è solo un diritto di chi lavora nell’informazione, ma è il fondamento della democrazia stessa. Quando i giornalisti non possono lavorare liberamente, i cittadini perdono accesso all’informazione indipendente e la possibilità di essere informati su abusi di potere, corruzione, violazioni dei diritti umani. Il premio Sakharov è un riconoscimento di questa resistenza, seppur simbolico. La comunità internazionale deve pertanto accompagnare le parole di solidarietà con azioni concrete: pressione politica sui governi, sanzioni economiche, sostegno finanziario e protezione legale dei media indipendenti.

Anthony Bellanger, Segretario Generale della Federazione Europea dei Giornalisti , nell’accogliere positivamente l’assegnazione del premio Sakharov 2025 ai giornalisti Andrzej Poczobut e Mzia Amaglobeli ha richiamato l’attenzione sulla loro situazione ingiusta, manifestando preoccupazione per le condizioni detentive e affermando che i loro casi sono il chiaro esempio di governi autoritari che mandano dietro le sbarre i giornalisti e professionisti dell’informazione per silenziarli. Bellanger ribadisce la richiesta alle autorità della Bielorussia e della Georgia di rilasciare tutti i giornalisti detenuti.

Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Premio Sakharov 2025 per la libertà di pensiero: assegnato ai giornalisti Andrzej Poczobut e Mzia Amaglobeli

Amnesty International - rapporto 2025 sulla Bielorussia

Festival del Giornalismo, "Journalism under (12 aprile 2025)

Parlamento europeo - "Andrzej Poczobut and Mzia (22 ottobre 2025)

Alma Mater Studiorum - InCronaca - "In carcere 567 giornalisti, 124 uccisi" (15 maggio 2025)

Articolo 2

“Se dovessi morire tu devi vivere per raccontare la mia storia”: il testamento di Refaat Alareer

“Se dovessi morire, fa che porti speranza, fa che sia un racconto!”. Questi sono gli ultimi versi di “If I must die” (Se devo morire) del poeta e attivista palestinese Refaat Alareer, pubblicati pochi giorni prima della sua morte.

Alareer era uno scrittore, poeta, accademico e attivista palestinese ucciso il 6 dicembre 2023 in un attacco mirato israeliano, insieme ad altri membri della sua famiglia. Alareer insegnava letteratura comparata e scrittura creativa presso l’ormai distrutta Università Islamica di Gaza. Dopo la sua morte, i suoi versi sono diventati virali.

Gli orrori della guerra nella Striscia di Gaza colpirono la vita dello scrittore già nel 2014, quando suo fratello rimase ucciso a seguito di un bombardamento. Poco dopo, animato dalla passione per la letteratura, nel 2015, Alareer divenne uno dei fondatori di We Are Not Numbers , un’associazione no-profit che coordina un programma di tutoraggio volto a dare a giovani autori e autrici gazawi la possibilità di entrare in contatto con mentori di madrelingua inglese che vivono all’estero e si dedicano alla letteratura o al giornalismo. Ancora oggi, attraverso questa piattaforma, WANN condivide con il mondo storie autentiche e avvincenti della prossima generazione di scrittori e leader palestinesi.

Tra i principi alla base dell’esperienza di Refaat Alareer vi era quello per cui la scrittura e la conoscenza fossero uno strumento fondamentale per contrastare la diffusa disinformazione e abbattere la propaganda israeliana. Secondo Euro-Med Human Rights Monitor il poeta è stato ucciso deliberatamente da Israele: secondo il rapporto pubblicato l’8 dicembre 2023, infatti, sembra che egli avesse ricevuto minacce di morte tramite social e device elettronici già all’inizio del conflitto.

Lo scorso 25 ottobre il Club Tenco in collaborazione con Amnesty International Italia hanno conferito il premio Yorum , istituito nel 2020, proprio alla memoria di Refaat Alareer. A ritirarlo al suo posto, il cantautore e giornalista italo-palestinese Nabil Bey Salameh, co-fondatore del gruppo italo-palestinese “Radiodervish”, che è salito sul palco insieme al neo-ricostituito Grup Yorum, cui è intitolato il premio.

Questa cerimonia ci ricorda, ogni anno, quanto sia fondamentale il valore dell’arte, della scrittura e della conoscenza diffusa per la salvaguardia dei diritti umani. L’eredità di coloro che hanno perso la propria vita per aver manifestato le loro idee rimane indelebile: “Se dovessi morire tu devi vivere per raccontare la mia storia”.

Amnesty International Italia - Arte e cambiamento

Articolo 3

La battaglia per i diritti civili nel linguaggio di Pier Paolo Pasolini a cinquant’anni dalla sua morte

Il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini veniva assassinato all’Idroscalo di Ostia. Cinquant’anni dopo, la sua figura continua a interrogarci: poeta, regista, polemista, Pasolini è stato un intellettuale “scandaloso”, irriducibile alle semplificazioni. La sua voce, spesso isolata, ha denunciato le contraddizioni di un’Italia in trasformazione, dal dopoguerra al boom economico, fino alla “mutazione antropologica” prodotta dal consumismo. In questo contesto, il tema dei diritti umani e civili occupa un posto centrale nel suo pensiero, ma non senza ambiguità.

Pasolini concepiva i diritti civili come “i diritti degli altri”, un concetto che sfugge alla logica individualistica e si radica in una dimensione collettiva e relazionale. Questa visione nasce da una convinzione profondamente anti-individualistica: per lui, il diritto non è un privilegio personale, ma un vincolo etico che ci obbliga a riconoscere e tutelare la libertà e la dignità altrui. In altre parole, i diritti non sono strumenti per affermare il proprio ego, ma condizioni per la convivenza autentica, fondata sul rispetto reciproco. Questa idea si oppone alla logica maggioritaria che tende a trasformare i diritti in concessioni di parte, legate a equilibri politici e non a principi universali.

In “Lettere luterane” (1975), Pasolini denuncia la riduzione dei diritti a slogan ideologici e mette in guardia contro il rischio che la loro conquista diventi strumento di omologazione.

Nel testo preparato per il Congresso del Partito Radicale , mai pronunciato a causa della sua morte, Pasolini avverte che la battaglia per i diritti civili, se assorbita dal sistema, può trasformarsi in «falsa tolleranza» e «falso laicismo», funzionali a un nuovo conformismo progressista. Per lui, il riconoscimento dei diritti deve restare un atto di rottura, capace di difendere la differenza e non di annullarla.

La posizione di Pasolini rispetto ai diritti è complessa: da un lato ne riconosce la necessità come strumento di emancipazione, dall’altro ne denuncia la funzione omologante, capace di trasformare gli oppressi in “borghesi” una volta ottenuti i diritti. Per Pasolini, la giustizia autentica non nasce dalle norme, ma da una rivoluzione “pura e diretta” degli oppressi, lontana dalle mediazioni istituzionali.

Nell’opera “Scritti corsari” (1975), Pasolini denuncia la “mutazione antropologica” prodotta dal consumismo e la perdita di ogni autentica libertà. Qui emerge la sua idea di anarchia come rifiuto radicale di un ordine che riduce l’uomo a funzione economica, e la sua invocazione di una resistenza culturale, più che politica .

Pasolini non aderisce all’anarchismo come dottrina, ma ne incarna lo spirito: rifiuto delle gerarchie, diffidenza verso le istituzioni, difesa della libertà come valore assoluto. Non crede nella rivoluzione ideologica, ma nella resistenza individuale e culturale.

Nel film “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, Pasolini porta all’estremo la riflessione sul potere e sulla sua capacità di annientare la dignità umana. Ambientato nella Repubblica di Salò, il film non si limita a raccontare la violenza fascista: la trasfigura in un paradigma universale, dove il corpo diventa il terreno su cui si esercita la dominazione assoluta. La sopraffazione non è solo fisica, ma ontologica: gli individui sono ridotti a oggetti, privati di ogni identità, trasformati in materia da manipolare e consumare.

Il rituale sadico dei quattro Signori – ispirato a Sade ma trasposto nel contesto storico italiano – non è un eccesso gratuito, bensì la rappresentazione di un potere che si appropria della vita biologica, cancellando ogni residuo di libertà. È la profezia di una società in cui la libertà si rovescia in strumento di controllo, e la vita stessa diventa oggetto di consumo. In questa prospettiva, Salò non è solo un film sulla violenza, ma un atto di accusa contro la trasformazione antropologica che Pasolini vedeva già all’opera nel neocapitalismo: la fine dell’uomo come soggetto, e la sua riduzione a pura funzione biologica.

Nel film “La rabbia” (1963) " Pasolini alterna immagini di guerra e miseria a visioni di bellezza e solidarietà, suggerendo che la poesia e l’arte possono ancora opporsi alla barbarie. Nella “Trilogia della vita", "Decameron", “I racconti di Canterbury", “Il fiore delle mille e una notte”, celebra il corpo, il piacere, la sessualità come spazi di libertà e innocenza, prima che il potere li colonizzi. È una speranza fragile, che lui stesso rinnegherà poco dopo, ma che testimonia la tensione verso un mondo più umano, dove la vita non sia ridotta a merce.

Pasolini resta un autore controverso, irriducibile a categorie semplici. La sua voce, scomoda e profetica, ha saputo smascherare le ipocrisie del potere e le illusioni del progresso, pagando con la solitudine il prezzo della verità. Cinquant’anni dopo, le sue contraddizioni non lo indeboliscono: lo rendono unico e indimenticabile. In un tempo che tende all’omologazione, Pasolini continua a essere una fonte viva di riflessione, un invito a pensare controcorrente e a difendere la dignità umana, anche quando sembra perduta.

Pasolini: nulla è più anarchico del potere

Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Gabriele Leggeri, Giulia Solferino e Laura Guerri

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