Numero 20 di 21 · 28 gennaio 2024

Diritti al punto - Gennaio 2024

care lettrici, il nuovo anno è iniziato nel clima tragico in cui è terminato il 2023. Il conflitto russo-ucraino prosegue ed i tentativi per arrivare ad una...

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Editoriale

Editoriale

il nuovo anno è iniziato nel clima tragico in cui è terminato il 2023. Il conflitto russo-ucraino prosegue ed i tentativi per arrivare ad una pace giusta sembrano vani, la crisi in Medio Oriente si dirige verso un’escalation e la situazione umanitaria a Gaza è gravissima.

In questo numero parliamo del diritto all’istruzione negato in Ucraina e dell’opera di manipolazione dei sistemi di istruzione ucraini da parte della Russia.

La crisi climatica avanza in parallelo con le crisi politiche. Gli esiti della COP28 ci dicono che, per quanto gli Stati si impegnino, gli sforzi non sono sufficienti per risolvere le conseguenze dannose dei cambiamenti climatici.

Proseguono gli approfondimenti sul diritto internazionale umanitario. In questo numero spieghiamo le differenze tra conflitti armati internazionali e non internazionali.

Amnesty International non dimentica di nessuno. La Russia non è solo il Paese che ha aggredito militarmente l’Ucraina, è anche il Paese che mette a tacere, a volte per sempre, i dissidenti e gli oppositori politici. Facciamo il punto della situazione della storia di Alexej Navalny, dopo il periodo di silenzio in cui non si avevano più sue notizie.

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Articolo 1

Il diritto all’istruzione negato in Ucraina

Il diritto all’istruzione negato in Ucraina

24 febbraio 2022: le Forze armate della Federazione Russa invadono l’Ucraina. Morte, distruzione, sfollamenti di massa, attacchi indiscriminati e repressione. Nel mirino russo anche i bambini, ai quali, in questi anni, sta venendo negato loro un diritto fondamentale: quello all’istruzione.

Ormai da tempo nei territori ucraini occupati dalla Russia, la popolazione subisce intimidazioni da parte dei soldati che proibiscono di poter continuare a studiare e proseguire i percorsi formativi nelle scuole.

Opporsi comporta brutali ritorsioni, minacce e il rischio di inserimento dei bambini in istituti per la “rieducazione”, attraverso l’adozione da parte di famiglie russe o l’obbligo di iscriversi a scuole che seguono i programmi russi. Molti genitori ucraini hanno deciso però di non arrendersi all’onda di terrore ed hanno pertanto cercato, con l’aiuto degli insegnanti, di organizzare lezioni sulla base del programma ucraino. Incontri segreti, consegne di libri come antitesi alle perquisizioni e alle rappresaglie.

Sotto il profilo del diritto internazionale va ricordato che gli attacchi russi non hanno risparmiato ospedali e scuole, nonostante, trattandosi di infrastrutture civili, non debbano mai essere colpiti, nemmeno se utilizzati per scopi militari. Va considerato, poi, che Russia e Ucraina hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che riconosce l’educazione come un diritto fondamentale volto a sviluppare la personalità, il talento e le abilità dei giovani ragazzi. Secondo l ’International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights (ICESCR), inoltre, spetterebbe ai genitori il diritto di poter scegliere la scuola dei propri figli, in linea con le proprie convinzioni.

Tali principi del diritto internazionale è evidente siano, ormai da due anni, del tutto disattesi nel territorio ucraino.

Amnesty International ha svolto una ricerca basata su delle interviste rivolte a 23 tra educatori ed educatrici e 16 famiglie che vivevano, o tuttora vivono, sotto l’occupazione russa.

In particolare, stupisce il messaggio distribuito a molti studenti di Berdiansk che riportava: “Guardati intorno. Puoi vedere che l’Ucraina ha distrutto Kharkiv, Mariupol e altre città. Se non vuoi che l’Ucraina ti uccida, dicci tutto quello che vedi e che vieni a sapere”. Un tentativo di indottrinamento da parte delle autorità russe che cercano di disorientare gli studenti per cancellare non solo edifici e città, ma distruggere storia, cultura e identità di un popolo.

Dalla regione di Kharkiv le insegnanti Hanna e Olena hanno raccontato del messaggio ricevuto dalla propria scuola per convincerle ad insegnare il programma russo all’inizio del nuovo anno scolastico a settembre 2022. Entrambe rifiutarono e furono costrette a nascondersi.

Dalla regione di Zaporizhzhia invece, un docente ha raccontato di aver continuato ad impartire lezioni online ai propri studenti, al fine di garantire la continuità di insegnamento e non abbandonare i propri ragazzi.

Dalla regione di Kherson, Kseniya ha raccontato ad Amnesty la sua storia e quella di suo figlio Kyrylo, minacciato dai soldati russi di essere spedito in un orfanotrofio russo in caso non fosse tornato a scuola. Kyrylo è tornato a scuola, una scuola decorata con simboli della Russia e con personale armato ad attendere lui ei suoi compagni all’ingresso e all’interno dell’istituto. Quella non era più la scuola di Kyrylo.

Il tentativo russo di monopolizzare l’istruzione in Ucraina ha generato insufficienza di personale qualificato, la presenza di bambini lasciati soli nelle classi obbligati a leggere determinati libri, l’assenza di un personale docente di qualità e situazioni di stress mentale e fisico generalizzato.

Amnesty International chiede alle autorità russe di porre fine agli attacchi indiscriminati verso gli edifici civili e a cessare la coercizione esercitata su studenti e insegnanti. Al Governo ucraino chiede invece di aumentare la diffusione di informazioni, traffico dati e internet così da consentire ai ragazzi l’accesso ai mezzi, anche digitali, per continuare la propria formazione.

L’appello di Amnesty International agli Stati è quello di indirizzare le proprie risorse per garantire il diritto all’educazione, in modo accessibile e sicuro.

Amnesty International - Ukraine: Children’s education is one more casualty of Russian aggression

Articolo 2

COP 28, cambiamenti climatici e diritti umani

Come affermato già anni fa dall’ IPCC , l’organismo delle Nazioni Unite per la valutazione dei cambiamenti climatici, il riscaldamento globale è una realtà impossibile da negare, così come è impossibile negare che le emissioni di gas serra di origine antropica, siano il suo principale fattore scatenante. I cambiamenti climatici che ne scaturiscono rappresentano per centinaia di milioni di persone, una minaccia per i diritti umani fondamentali, quali il diritto alla vita, alla salute, ai servizi igienici sanitari, all’acqua, al cibo, alla casa, al lavoro e all’autodeterminazione.

Le conseguenze dell’innalzamento della temperatura impattano maggiormente proprio sui Paesi e sulle comunità che hanno contribuito in misura minore a generarle.

Secondo il World Food Programme USA (WFP USA) , tra i paesi più esposti alla crisi climatica ci sono Sudan e Sud Sudan, Somalia, Chad, Madagascar, Pakistan e l’intera regione del Sahel. Il riscaldamento globale in queste aree in particolare, non si concretizza solo in un innalzamento della temperatura, ma genera alluvioni, siccità, incendi e fenomeni atmosferici estremi come cicloni e uragani.

È fin troppo facile immaginare come in simili contesti, siano donne, persone con disabilità, popolazioni indigene e migranti a pagare il prezzo più alto. Al contrario, i maggiori responsabili della crisi sono proprio i paesi più ricchi.

Secondo dati UE , USA, Cina, UE, Russia e Brasile, che rappresentano circa il 50% della popolazione mondiale e producono oltre il 60% del reddito, consumano il 63,4% dei combustibili fossili prodotti nel pianeta e sono responsabili di oltre il 61,6% delle emissioni di gas serra globali. Per questo motivo, è necessaria una giustizia climatica, che preveda, oltre a drastiche misure di riduzione delle emissioni, sostegno ai soggetti più esposti.

In questo contesto, si è recentemente conclusa la COP 28, la conferenza internazionale dedicata al tema dei cambiamenti climatici, alla quale hanno preso parte 198 paesi, ospiti degli Emirati Arabi Uniti, il paese alla presidenza di turno del summit.

La COP 28 ha raggiunto il risultato non trascurabile di riconoscere per la prima volta, la necessità di porre fine alla dannosa dipendenza del mondo dai combustibili fossili, la cui graduale eliminazione è stata dichiarata inevitabile.

Nonostante questo importante traguardo, in molti hanno sollevato dubbi e perplessità. Amnesty International ha manifestato preoccupazione per l’insufficiente impegno al sostegno dei paesi maggiormente colpiti dal cambiamento climatico, da parte di quelli più sviluppati, principali responsabili del danno causato al pianeta. Inoltre, ha criticato il ruolo attribuito all’industria dei combustibili fossili nella transizione, che addirittura concede margini per un incremento della produzione.

A tal proposito, il climate advisor di Amnesty Ann Harrison , ha sottolineato che assegnare a un membro dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) la presidenza e lo sfacciato disinteresse per il rispetto dei diritti umani mostrato durante i lavori, hanno rappresentato una pesante macchia sulla conferenza stessa.

Anche altre organizzazioni a difesa dei diritti umani hanno manifestato apprensione. Human Rights Watch (HRW) ha affermato che senza un impegno ad assumere misure concrete per il contenimento dell’aumento della temperatura a 1,5°, il cosiddetto phasing out rischia di rimanere una dichiarazione di intenti priva di significato effettivo.

Purtroppo, le prospettive per l’immediato futuro non sono incoraggianti. La COP 29 , si svolgerà nel prossimo novembre in Azerbaijan, un altro paese produttore di petrolio e autoritario, responsabile a più livelli di gravi e documentate violazioni dei diritti umani.

Articolo 3

La differenza tra conflitto armato internazionale e non internazionale

Come viene qualificato il conflitto scaturito dall’aggressione russa all’Ucraina? E quali norme sono applicabili? Possiamo dire lo stesso per il conflitto in Medio Oriente? Il diritto internazionale umanitario (DIU) trova applicazione ai conflitti armati sia di carattere internazionale, che di carattere non internazionale, seppur prevedendo una diversificazione di norme. Prima ancora di qualificare il conflitto per individuare il diritto applicabile, bisogna innanzitutto valutare se ci si trova di fronte ad un conflitto armato. I commentari alle Convenzioni di Ginevra del 1949 sono uno strumento interpretativo molto importante e offrono una guida nell’applicazione delle norme di diritto internazionale umanitario contenute nelle Convenzioni. La prima versione dei Commentari risale agli anni ‘50 elaborata dal Comitato Internazionale della Croce Rossa e da un gruppo di esperti che ne garantiscono il continuo aggiornamento, l’ultimo importante lavoro di aggiornamento risale al 2016.

L’art. 2(1) comune alle quattro Convenzioni di Ginevra stabilisce che “Oltre alle disposizioni che devono entrare in vigore in tempo di pace, la presente Convenzione si applica in caso di guerra dichiarata o di qualsiasi altro conflitto armato che scoppiasse tra due o più delle Alte Parti contraenti, anche se lo stato di guerra non fosse riconosciuto da una di esse.” L’art 3 invece si riferisce ai casi in cui il conflitto armato non presenti carattere internazionale. Le due disposizioni distinguono i due tipi di conflitto armato, internazionale e non internazionale, ai fini dell’individuazione del diritto applicabile. Più semplicemente, nel caso di conflitto armato di carattere internazionale, si applicano le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e il Primo Protocollo aggiuntivo del 1977, mentre nel caso in cui il conflitto armato non presenti il carattere dell’internazionalità, si applica l’art. 3 comune alle Convenzioni di Ginevra del 1949 e il Secondo Protocollo Aggiuntivo del 1977.

In ogni caso, né le Convenzioni, né i Protocolli Aggiuntivi forniscono una definizione di conflitto armato, né danno una spiegazione della differenza tra conflitto armato internazionale e non internazionale. Troviamo un chiarimento nei Commentari.

Il ricorso all’uso della forza armata (utilizzo di strumenti militari ed armamenti) da parte di uno Stato contro una parte opponente si qualifica come conflitto armato, anche in assenza di una dichiarazione formale di stato di guerra e anche quando lo stato di guerra non viene riconosciuto. Il Tribunale penale internazionale per la Ex Jugoslavia, nel caso Tadić, ha definito il conflitto armato in tal senso e tale definizione è considerata come il riferimento contemporaneo per ogni interpretazione di conflitto armato sotto il diritto umanitario.

Un conflitto armato si definisce internazionale quando uno Stato ricorre alla forza armata (attraverso il dispiegamento delle forze armate nazionali o agenzie militari riconducibili allo Stato) contro un altro Stato o più Stati, anche quando lo Stato colpito non risponde militarmente. Mentre, le guerre civili o un conflitto armato tra uno Stato e un gruppo armato non Statale (non riferibile ad alcuno Stato), si classifica come “non internazionale”, purché il livello di violenza armata sia tale da raggiungere un certo livello di intensità che vada oltre quello di tensioni o disturbi interni. La distinzione risiede quindi principalmente nello status delle parti belligeranti.

La classificazione deve basarsi sui fatti e sui criteri del DIU ed è importante non solo per delimitare le regole che le parti in conflitto sono obbligate a rispettare, ma anche per consentire l’operatività di alcune importanti istituzioni ed organizzazioni, come ad esempio l’ONU o il Comitato Internazionale di Croce Rossa o le Corti nazionali o i Tribunali internazionali per definire la rispettiva giurisdizione.

Secondo l’analisi della Geneva Academy of International Humanitarian Law and Human Rights , la crisi in Ucraina, scoppiata nel 2014, si caratterizza inizialmente come un conflitto armato non internazionale tra gruppi armati pro-Russia e le forze armate Ucraine, per poi trasformarsi in un conflitto armato di tipo internazionale già con il totale controllo da parte della Russia dei gruppi armati separatisti e con le operazioni militari condotte direttamente dalle forze armate russe sul territorio ucraino. L’Ucraina e la Russia sono paesi obbligati a rispettare le norme di diritto umanitario che si applicano ai conflitti armati internazionali.

RULAC Geneva Academy- portale online di monitoraggio dei conflitti armati (in lingua inglese)

Articolo 4

La storia di Aleksej Navalny: a che punto siamo

Domenica 17 gennaio 2021, aeroporto Sheremetyevo di Mosca: Aleksej Navalny viene arrestato dalle autorità russe con l’accusa di frode. L’attivista era tornato in Russia dopo essersi rifugiato in Germania a seguito di un avvelenamento da parte della polizia russa nell’estate del 2020. Alla luce di questi avvenimenti, Amnesty International ha preso subito una posizione chiara e netta, chiedendo la liberazione incondizionata di Navalny.

Ricordiamo chi è Alexej Navalny. P olitico russo e attivista anti- corruzione, nel 2011 ha fondato la Fondazione anticorruzione(nota come FBK in russo) per denunciare i casi di c orruzione nei palazzi del potere in Russia. Le sue scelte lo hanno portato dietro le sbarre del carcere decine e decine di volte negli anni, finché nel 2019 la Corte Europea dei diritti dell ’uomo (Corte EDU) ha stabilito che le pene inflitte erano prive di fondamento giuridico. In tutta risposta, la Corte suprema russa ha richiesto un nuovo processo in cui è stata confermata l’ultima sentenza, che obbligava Navalny a presentarsi regolarmente presso gli uffici delle autorità russe fino al 30 dicembre 2020. Tuttavia, il 20 agosto 2020, durante un volo tra Tomsk (Siberia) e Mosca , l’attivista ha avuto un collasso. Gli esami condotti in Russia hanno fermamente escluso la possibilità di un avvelenamento, ma il 22 agosto la famiglia riesce a far trasferire Navalny all’ospedale di Berlino e dopo circa dieci giorni un laboratorio militare tedesco dichiara di aver riscontrato la presenza di un agente nervino del gruppo novichok.

Amnesty International ha condannato le autorità russe affermando che l’assenza di indagini sul caso costituisce un’evidente violazione del diritto alla vita . Inoltre, il Cremlino ha dichiarato di aver distrutto tutte le sue riserve di armi chimiche nel 2017, affermando implicitamente di aver perso il controllo dei territori al punto che le armi chimiche siano prodotte e diffuse liberamente . Il dubbio è che la Russia sia in realtà ancora in possesso di tali strumenti per eliminare i dissidenti politici, andando contro la Convenzione sulle armi chimiche del 1993 di cui è firmataria. Tuttavia, ancora non è stata fatta luce su questo punto della vicenda, che rimane uno dei più controversi e al contempo uno dei più preoccupanti per i diritti umani.

Tornando al momento del l’arresto di Navalny a Mosca il 17 gennaio 2021, è bene sottolineare come all’udienza, tenuta in una stazione di polizia di Mosca anziché in un tribunale, non siano stati ammessi gli emittenti televisivi indipendenti e Navalny ha potuto incontrare il suo avvocato soltanto all’inizio del processo.

La vicenda cade nel silenzio fino al 4 agosto 2023, quando un tribunale di Mosca emette una nuova sentenza di condanna a diciannove anni di reclusione per Navalny. L’udienza si è svolta a porte chiuse, negando a chiunque la possibilità di assistere al processo. Per questo l’Unione europea continua a condannare la procedura penale che viene seguita in Russia, così come fa anche Amnesty International. Sono significative in tal senso le parole di Marie Struthers, direttrice di Amnesty per l’Europa orientale e l’Asia centrale, la quale ha affermato che “ Questa nuova sentenza ai danni di Aleksei Navalny è come se fosse una condanna all’ergastolo imposta furtivamente. È anche un atto sinistro di vendetta politica avente come obiettivo non solo Navalny, ma gli oppositori dello S tato in tutto il paese. L’esito del farsesco processo odierno è solo l’ultimo esempio dell’oppressione sistematica della società civile russa, intensificata dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia”.

Posizione di Amnesty e testo dell'appello del 2022

La posizione dell'Unione europea sull'ultima sentenza della Russia

La posizione di Amnesty sull'ultima condanna

Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Gabriele Leggeri, Giampiero Della, Giulia Solferino

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