Numero 19 di 21 · 4 marzo 2024

Diritti al punto - Febbraio 2024

care lettrici, Alexei Navalny è morto il 16 febbraio in una prigione russa nei pressi del circolo polare artico. Proprio nella newsletter di gennaio, avevamo...

1 di 5
Editoriale

Editoriale

Alexei Navalny è morto il 16 febbraio in una prigione russa nei pressi del circolo polare artico. Proprio nella newsletter di gennaio, avevamo dedicato a lui un articolo, ripercorrendo la sua storia e l’impegno di Amnesty International. La piazza del Campidoglio a Roma e di altre città, sia in Italia che all’estero, gli hanno reso omaggio, ricordando il suo coraggio per aver condannato il regime corrotto di Putin e per aver sperato, fino alla fine, in una Russia libera.

In Yemen la guerra civile continua da oltre nove anni. Alla crisi umanitaria ed economica legata al conflitto, si aggiunge quella sanitaria oltre alle conseguenze delle emergenze climatiche. L’ultimo rapporto di Amnesty International riferisce gravi violazioni dei diritti umani ai danni dell’intera popolazione civile.

Quanto è importante il legame tra sport e diritti umani? L’impegno di uomini e donne che singolarmente o con le rispettive squadre esprimono messaggi di solidarietà, di sensibilizzazione o di dissenso verso le violazioni dei diritti umani possono avere un impatto importante verso la società civile e le istituzioni. Allo stesso tempo, il fenomeno dello sportwashing genera illusioni verso paesi che cercano di dare un’immagine positiva attraverso le competizioni sportive, nascondendo feroci regimi e ripetute violazioni dei diritti.

Il 6 febbraio è la giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili. Una pratica oggi ancora molto diffusa che oltre a privare le donne del loro diritto alla libertà e all’autodeterminazione nella sfera della sessualità, le espone a rischi molto gravi per la salute.

Se ti piace la nostra newsletter, condividi e invita chi vuoi a iscriversi cliccando sul link che troverai in fondo alla pagina.

Articolo 1

La morte di Alexei Navalny spegne le speranze di una Russia libera e democratica

La notizia che speravamo di non ricevere mai è arrivata la mattina del 16 febbraio 2024. Le tv, le radio, i giornali e i canali social diffondono la notizia della morte di Alexei Navalny, sopraggiunta “a causa di un malore improvviso” durante la detenzione in una prigione nel nord della Russia.

La notizia ha sconvolto non solo l’opinione pubblica, anche politici e rappresentanti delle istituzioni italiane e internazionali che non hanno esitato ad esprimere pubblicamente i dubbi sulle cause naturali della morte. Le prime reazioni hanno puntato il dito contro il regime di Putin, ritenuto responsabile della morte di Navalny, insieme al tentativo fallito di avvelenamento nel 2020.

La storia di Navalny termina con la sconfitta peggiore per l’oppositore più “resistente” di Putin e consegna due messaggi importanti: il sistema putiniano elimina gli oppositori politici scaricandosi di ogni responsabilità con dichiarazioni mendaci e superficiali; la repressione del dissenso sta scivolando verso la repressione di qualunque tipo di azione non gradita al governo russo. Ne sono testimonianza gli arresti di cittadin* russ* per aver reso omaggio alla memoria di Navalny portando fiori o candele in luoghi pubblici in segno di solidarietà. I sospetti sulle responsabilità del governo russo per la morte di Navalny sono avvalorati dai comportamenti alquanto nebulosi successivi alla sua morte, tra cui la negazione di consegnare la salma ai familiari.

Agnès Callamard, Segretaria Generale di Amnesty International, ha dichiarato “Non dev’esserci alcun dubbio. La morte di Navalny è avvenuta per mano delle autorità russe. Prima o poi la verità verrà a galla e i responsabili dovranno risponderne davanti alla giustizia. Cercando di nascondere le prove dei loro crimini, le autorità russe stanno infliggendo alla famiglia di Navalny e ai suoi cari ulteriori sofferenze e maltrattamenti”.

Amnesty International ha seguito la storia di Navalny fin dalle prime vicende lesive dei suoi diritti, manifestando profonda preoccupazione a seguito dell’episodio di avvelenamento, condannando l’ingiusta detenzione, fino agli ultimi mesi quando si erano perse le sue tracce per poi sapere del confinamento verso un carcere di massima sicurezza a oltre 200 km da Mosca. La figura di Navalny non si ricorda solo per le sue inchieste che hanno messo in luce la corruzione del potere russo, ma anche per la tenacia e il coraggio nel voler perseverare nella sua battaglia decidendo di fare ritorno in Russia dopo l’avvelenamento, pur consapevole dei rischi a cui sarebbe andato incontro.

La vicenda di Navalny e le piazze che si sono accese di luci in sua commemorazione, dovrebbero smuovere le coscienze e portare all’attenzione dei governi tutti gli individui a rischio , tra cui dissidenti politici, giornalist* detenut* illegalmente nelle carceri.

È recente inoltre la notizia di una trattativa in base alla quale Navalny avrebbe dovuto essere liberato in cambio del rilascio di un ex membro dei servizi di sicurezza russi condannato all’ergastolo e detenuto in Germania, per l’assassinio di un separatista ceceno. A quanto pare qualcosa nella trattativa non ha funzionato ed ha portato Putin a dare l’ordine di eliminare Navalny.

Il triste epilogo della storia di Alexei Navalny non deve fermare l’impegno nel condannare la dura repressione verso il dissenso e in generale verso la libertà di espressione, continuamente minacciata non solo nella Federazione russa.

Articolo 2

Yemen: 9 anni tra crisi umanitaria e conflitto armato

111.1 milioni di bambini bisognosi di assistenza umanitaria, 21.6 milioni di persone colpite dal conflitto, 504 mila bambini in pericolo di vita per malnutrizione grave, diritti non riconosciuti, diniego dell’accesso umanitario, attacchi, uccisioni e degrado ambientale. A 9 anni dall’inizio del conflitto, lo Yemen resta il teatro delle emergenze più gravi al mondo.

La guerra civile in Yemen inizia il 16 settembre 2014, quando il movimento ribelle musulmano sciita Houthi ha preso il controllo della provincia settentrionale di Saada e delle aree limitrofe, costringendo il presidente Abdrabbuh Mansour Hadi all’esilio all’estero. Nel marzo 2015 il conflitto esplode drammaticamente quando l’Arabia Saudita e altri 8 Stati sostenuti dalla comunità internazionale hanno avviato attacchi aerei contro gli Houthi, con l'obiettivo dichiarato di ripristinare il governo di Hadi.

Crisi umanitaria e collasso economico, questo ha caratterizzato gli ultimi anni della popolazione stabile sul territorio Yemenita. Difatti, si registra da tempo, carenza di cibo, acqua potabile, servizi igienici, assistenza sanitaria e mancanza di mezzi di sussistenza e materie prime.

Diffuse anche epidemia come quella di colera, morbillo e difterite che aggravano le condizioni già precarie di una popolazione alle prese con alluvioni, siccità e dilagante malnutrizione infantile.

Gli attacchi statunitensi e britannici del 12 e 13 gennaio 2024 hanno reso la gestione dell’emergenza ancor più complicata per gli operatori umanitari che da anni cercano di individuare soluzioni possibili per mitigare gli effetti della crisi.

In un contesto già di per sé teso, all’assenza di beni primari, si aggiunge quella dei diritti. Tra gli ultimi c’è il caso di 40 persone condannate a morte, frustate o incarcerate da due tribunali Huthi per reati legati ad atteggiamenti omosessuali. Sulla vicenda è intervenuta anche Amnesty International che tramite la voce della direttrice per il Medio Oriente e l’Africa del nord, Grazia Ceracchia, ha lanciato un appello: “ Le autorità Huthi devono annullare immediatamente le sentenze emesse e lasciar cadere tutte le accuse legate all’orientamento sessuale, all’identità di genere o alla libertà di espressione ”, descrivendo il fatto come sconcertante.

Secondo il rapporto 2022-2023 di Amnesty International in Yemen proseguono le minacce e le vessazioni nei confronti di chi esercita pacificamente il proprio diritto alla libertà di espressione. Le parti in conflitto limitano il movimento e la consegna degli aiuti anche attraverso negazioni o ritardi nel rilascio dei permessi di viaggio. Ogni forma di garanzia e giustizia per le vittime di abusi e violazione dei diritti umani è negata. Per le giovani donne vige la regola del mahram (tutore maschile) che impedisce alle donne di viaggiare all’interno dei governatorati controllati dagli huthi o verso altre aree dello Yemen, senza essere accompagnate da un tutore maschile o senza poter esibire una certificazione che attesti per iscritto la sua approvazione. L'ambiente risulta fortemente colpito dalla crisi: la mancanza di carburante ha reso la popolazione dipendente dalla legna da ardere seguendo il passo di una strategia energetica ambientalmente dannosa che sta contribuendo alla deforestazione e alla perdita di biodiversità.

Restrizioni, torture, violenze sessuali, minacce e molestie continuano ad alimentare la grave crisi umanitaria amplificata dal conflitto perdurante: Amnesty International e la comunità internazionale implorano il cessate il fuoco e continuano ad adoperarsi sul versante dell’istruzione, della protezione dell’infanzia, delle vaccinazioni per la riduzione delle malattie e su quello della garanzia dei diritti fondamentali.

Amnesty International – Rapporto 2022-2023

Articolo 3

Sport e diritti umani

L’importanza dello sport nella società, è nota fin dai tempi delle olimpiadi dell’antica Grecia. Come riconosciuto dall’ OHCHR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani) , lo sport, per sua natura, è anche un potente strumento che contribuisce all’affermazione dei diritti umani. Promuove le pari opportunità, favorisce l’inclusione, rappresenta un’occasione di incontro fra culture lontane, coinvolge generazioni diverse ed in particolare i giovani, ed i messaggi che trasmette raggiungono rapidamente milioni di persone con una forza capace di resistere nel tempo.

Ne sono esempi significativi: i pugni chiusi contro il cielo nel saluto Black Power degli atleti americani Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968; la protesta di Colin Kaepernick , il giocatore di football americano, che durante l’inno nazionale, prima delle partite di NFL (National Football League), si inginocchiava per ricordare il razzismo sistemico del suo paese; l’inchino dei calciatori della Premier League (il massimo campionato inglese) contro ogni discriminazione, adottato anche dalla nazionale inglese agli Europei del 2021 e ai Mondiali del Qatar in supporto al BLM (Black Lives Matter). Si ricorda poi la più straordinaria prova del ruolo che lo sport può giocare in una comunità, durante il campionato del mondo di rugby del 1995 , vinto dal Sudafrica appena uscito dal regime segregazionista e guidato dal suo primo presidente nero Nelson Mandela, alle prese con la costruzione di una nazione multietnica su basi di inclusione, dopo decenni di lotte sanguinose.

Amnesty International , è ben consapevole di tutto questo e lo ribadisce promuovendo campagne specifiche ed eventi che richiamano lo stretto legame tra sport e diritti umani, come ad esempio la “ Corsa di Miguel ”, l’evento podistico col quale si ricorda Miguel Benancio Sanchez, il maratoneta e attivista argentino, desaparecido durante la dittatura negli anni ’70.

L’importanza dello sport come grande veicolo di valori, capace di parlare un linguaggio universale comprensibile a donne e uomini di tutte le estrazioni e provenienze, è recepita anche da quegli Stati che perseguono obiettivi in netto contrasto con i diritti umani.

Basti pensare alla Germania nazista e alle Olimpiadi di Berlino del 1936, che nel disegno hitleriano dovevano mostrare al mondo l’efficiente autorità del regime, un altro esempio è il sistematico e massiccio ricorso al doping durante la guerra fredda, da parte dell’Unione Sovietica, come dimostrato dal piano per le olimpiadi di Los Angeles del 1984 .

Oggi, qualcosa di analogo avviene con lo sportwashing, il fenomeno praticato soprattutto dagli Stati arabi del Golfo Persico, quali Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar, che provano a diffondere un’immagine positiva del proprio paese, ospitando importanti competizioni calcistiche nei quali vengono attratti i migliori calciatori a livello mondiale, pagati con compensi completamente fuori mercato rispetto ai parametri europei. Lo scopo è silenziare le polemiche sugli standard di rispetto dei diritti umani e sociali, come recentemente ha denunciato Riccardo Noury , portavoce di Amnesty International.

Il rischio che corrono è quasi paragonabile alla situazione in cui si trovò Hitler nel ’36, costretto a premiare il leggendario campione afroamericano Jesse Owens , che conquistando 4 medaglie d’oro in 4 specialità diverse, compì, davanti agli occhi di chi intendeva mostrare al mondo la superiorità della razza ariana, una delle più grandi imprese della storia dei giochi olimpici moderni.

Il campionato mondiale di calcio del 2022 organizzato dal Qatar è stato una vetrina per l’emirato, ma anche occasione di denuncia della kafala e dello sfruttamento del lavoro migrante, praticato per la costruzione dei modernissimi stadi, come ribadito anche da Amnesty International .

Inoltre, merita una riflessione l’effetto che potrà generare sull'opinione pubblica locale, la contrattazione di calciatori che finiscono per rappresentare un modello soprattutto per i giovani. Non sempre sarà possibile oscurare i pensieri liberi, si ricorda il gesto del club calcistico Saudita Ettifaq con la fascia arcobaleno di Jordan Henderson , l’ex capitano del Liverpool da sempre sostenitore delle battaglie della comunità LGBTQ+, trasferitosi lo scorso anno nella squadra di Damman.

Articolo 4

La giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili

Tre anni e mezzo. È questo il tempo necessario affinché l’aeroporto JFK di New York, uno dei più trafficati al mondo, veda volare 210 milioni di persone, l’equivalente delle vittime di mutilazioni genitali. Questa pratica aberrante è lesiva di tutti i diritti umani: oltre ai danni fisici che permangono per anni, il trauma psicologico che ne deriva può pregiudicare lo sviluppo e l’affermazione nella società di chi subisce questo abuso. Infatti, molto spesso la tradizione di alcuni popoli impone la mutilazione in età infantile o adolescenziale, limitando il percorso di crescita e minando il raggiungimento della parità di genere.

Le mutilazioni genitali femminili non sono una realtà a noi lontana. Anche alcune minoranze etniche presenti in Italia portano avanti questa pratica: su un totale di 80mila ragazze minorenni, il 20% circa rischia di subire una mutilazione. Si tratta principalmente di persone emigrate da Egitto, Senegal, Nigeria e Guinea. Lo Stato italiano, in linea con le direttive UE, ha affrontato il problema con la legge 7/2006: l’atto viene considerato reato anche se commesso all’estero e viene sanzionato applicando i principi generali sulla tutela dei minori. Inoltre, il decreto legislativo 251/2007 ha riconosciuto il diritto d’asilo a chiunque sia in pericolo di subire una mutilazione o l’abbia già subita. Per dare qualche dato, Eurostat ha stimato che nel 2016 su un campione di circa 900 ragazze richiedenti asilo, il 9% era a rischio.

Data l’enorme portata del fenomeno, diventa indispensabile comprenderne le motivazioni alla base. Nella maggior parte dei paesi, la pratica ha un legame con la cultura del luogo: la mutilazione viene vista come una sorta di rito di accesso alla società adulta, una tappa obbligata che non si può evitare. Questa concezione genera una posizione di controllo sulla sfera sessuale della donna, costretta a subire questa pratica anche e soprattutto per la diffusa convinzione che si riduca il desiderio sessuale e quindi il rischio di adulterio. Alcuni popoli, invece, portano avanti questa pratica anche per presunti motivi igienici: i genitali femminili esterni sono considerati addirittura pericolosi per il neonato al momento del parto, da poterne causare la morte.

Queste credenze tengono conto di rischi, peraltro infondati, per la salute del nascituro, ma non si curano della salute della donna mutilata, che rischia serie conseguenze per la propria salute, tra cui il rischio di morte. Infatti, l’uso di strumentazioni non sterilizzate e inadeguate da parte di persone non competenti porta alla formazione di ascessi e tumori, nonché a infezioni dell’apparato urinario e di tutto l’apparato riproduttore, causando talvolta la sterilità. Una donna che ha subito una mutilazione, potrebbe essere esposta più facilmente a manipolazioni in quanto associa lo shock dell’atto, unito a tutte le conseguenze, a una forma di sopruso a cui è tenuta a sottostare.

Un fenomeno così complesso e soprattutto così grave, come abbiamo visto, ha portato gli Stati del mondo a mobilitarsi per abbatterlo. In particolare, con la risoluzione 67/146 del 2012 l’Assemblea generale dell’ONU ha proclamato all’unanimità il 6 febbraio come la giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili, che oggi viene associata a un soffione viola, simbolo di quella libertà negata.

Il punto del Centro per i diritti umani dell'università di Padova

Le mutilazioni genitali in Italia (Istituto europeo per l'uguaglianza di genere)

Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Gabriele Leggeri, Giampiero Della, Giulia Solferino

Questa email è stata inviata a {{contact.EMAIL}}

L'hai ricevuto perché sei iscritto/a alla nostra newsletter.

Vedi versione email originale