Editoriale
lo scorso giugno la tragica storia di Satnam Singh , il bracciante indiano morto in un incidente sul lavoro, ha sconvolto tutt*. Alla crudeltà e inumanità mostrate dal suo datore di lavoro, non sono mancate ferme condanne allo sfruttamento dei lavoratori braccianti e al caporalato. Amnesty International si era già occupata del tema e di fronte a questo grave episodio ha fatto nuovamente sentire la sua voce per tutelare il diritto al lavoro.
La guerra in Sudan continua. Nonostante il mondo sia catturato dalla crisi in Medio Oriente e dal perdurare del grave conflitto in Ucraina, la popolazione civile in Sudan soffre la totale assenza di cibo, acqua e assistenza umanitaria. Costretta a subire violenze e un esodo continuo, vittima delle peggiori conseguenze di un conflitto che non vede spiragli di una fine.
Toomaj Salehi è il rapper iraniano che ha rischiato una condanna a morte per aver denunciato, attraverso la sua musica, la repressione e la violenza del governo iraniano. La sua storia è l’esempio di un giovane coraggio e di resistenza, Amnesty International ha lanciato un appello per far conoscere la sua storia e per chiederne la liberazione.
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Satnam Singh: lotta al caporalato e diritto al lavoro
È lunedì 17 giugno. Satnam Singh è ancora vivo, ma ha perso il braccio destro a causa di un grave incidente sul lavoro. Dopo 36 ore, muore in ospedale.
Satnam Singh, di nazionalità indiana, si era trasferito in Italia nel 2021 e da due anni lavorava presso un’azienda agricola in provincia di Latina. 12 ore al giorno per 4,00 euro l’ora. Quel lunedì dello scorso giugno, qualcosa è andato storto: una macchina avvolgi plastica ha tranciato il braccio di Satnam e procurato una frattura alle gambe.
L'episodio di Satnam ha sconvolto tutt* per la disumanità del datore di lavoro che lo ha lasciato fuori casa senza chiamare i soccorsi, condannandolo a morte certa. Inoltre, è diventato l’emblema dell’ennesimo incidente sul lavoro e della piaga del caporalato. Secondo le stime dell’Istat riportate nel VI Rapporto agromafie e caporalato nel corso del 2021 gli occupati impiegati irregolarmente nel settore primario sono stati circa 230.000.
Il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento dei lavoratori migranti nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia in parecchie zone dell’Italia è largamente diffuso. Paghe ridotte, contratti irregolari, assenza di parametri di sicurezza e di tutele.
Già nel 2012 Amnesty International si era occupata della questione e aveva pubblicato un rapporto in cui denunciava la condizione di molti lavoratori agricoli indiani che lavoravano 9-10 ore al giorno, per quasi sette giorni, per circa 3,00-3,50 euro l’ora. Una situazione non dissimile da quella odierna, la stessa in cui Satnam ha perso la vita.
Amnesty International è da sempre schierata contro tali ingiustizie. Secondo l’articolo 7 del Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali, gli Stati parte hanno l’obbligo di rispettare, proteggere e realizzare “il diritto di ogni individuo di godere di giuste e favorevoli condizioni di lavoro”.
Il reclutamento della manodopera senza garanzie, il lavoro nero e l’incuranza dei datori di lavoro dei loro obblighi e doveri verso i dipendenti non sono stati arginati, nel tempo, neanche dal tentativo di interventi normativi quali, in Italia, la cosiddetta “Legge Rosarno” (Dlgs. N. 109 del 2012), attuativa della “Direttiva Sanzioni” dell’Ue del 2009.
I ridotti esiti dell’intervento normativo erano stati denunciati da Amnesty International già nel 2014: il rischio era che il lavoratore fosse indebolito nella sua possibilità di vedersi riconosciuto un ricorso e un’azione penale come sanzione alle gravi forme di sfruttamento lavorativo.
L'evoluzione legislativa del 2016 ( legge n.199 del 2016 ), considerando il crescente sviluppo dei fenomeni migratori, ha tentato di rivedere le disposizioni in contrasto al caporalato al fine di introdurre significative modifiche e specifiche misure di supporto ai lavoratori del settore primario.
Nel 2024 poco è cambiato: all'indomani dell’incidente numerose le reazioni della stampa, della politica, delle istituzioni. Satnam si è aggiunto all’infinito elenco di uomini e donne che in un giorno normale e nella routine lavorativa, hanno perso la vita.
Come recita l’art.1 della Costituzione italiana, “L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. La dignità, la salute e la sicurezza di chi lavora devono essere garantite.
Il conflitto in Sudan tra sofferenze dei civili e approvvigionamento di armi.
Lo scorso 25 luglio Amnesty International ha pubblicato la ricerca “ Nuove armi che alimentano il conflitto in Sudan” , un’analisi approfondita che “documenta come armi e munizioni di recente fabbricazione o recentemente trasferite da Stati quali Cina, Russia, Serbia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Yemen vengono importate in grandi quantità in Sudan...”.
Dopo un anno e tre mesi dallo scoppio della guerra civile la situazione evolve nel peggiore dei modi e lo stallo diplomatico internazionale, insieme alla presunzione di vittoria da ambo le parti in conflitto - Forze armate sudanesi e le Forze di supporto rapido -, non lascia spazio a soluzioni di pace imminenti.
Le conseguenze sono terribili per la popolazione civile che si trova nelle zone di guerra, una popolazione che di fatto da più di 20 anni vive in condizioni di instabilità e conflitto armato senza soluzione di continuità.
L’avanzata della guerra civile nelle città più popolose del paese e la distruzione di importanti enclavi come Wad Medani – l’area più ricca del paese dal punto di vista agricolo – ha portato i civili ad una continua migrazione, sia all'interno del paese che verso paesi confinanti, alla ricerca di “un posto sicuro”. Considerato che il Sudan è il terzo paese africano per estensione, gli spostamenti sono difficili e con esiti devastanti . Già prima che iniziasse il conflitto, il bisogno di aiuti umanitari in Sudan era altissimo. Da diversi anni milioni di persone vivono come sfollati all’interno del paese, in campi profughi e alloggi di fortuna.
Cibo, acqua e cure mediche, sono scarsi ovunque e l’unico mercato che fiorisce è quello delle armi. Come fu per la guerra del Darfour, secondo alcuni esperti il conflitto in Sudan continua ad essere una Proxy War dei Paesi medio orientali, che insieme a Russia e Turchia, alimentano un continuo approvvigionamento di armi, aggirando embarghi e divieti.
Assistiamo a quella che attualmente è la più grande crisi di sfollamento del mondo. Più di 8 milioni di persone, tra cui quasi 4 milioni di bambini, sono state costrette almeno una volta ad abbandonare la propria terra, metà della popolazione - circa 29 milioni di persone -, ha bisogno di assistenza umanitaria.
Insieme ad Amnesty International sono molte le voci che si alzano per denunciare la situazione in cui versa la popolazione, ma con scarsi esiti; si assiste così ad una catastrofe umanitaria che in questo momento non ha eguali nel Mondo.
Recentemente Emergency, l’unica ONG di assistenza medica presente attualmente in Sudan, ha denunciato nuovamente la situazione disastrosa anche sul piano sanitario; manca tutto, non esiste alcun presidio, nei territori teatro degli scontri, che possa garantire la presa in carico dei pazienti, e l’80% degli ospedali dell’intero Paese non funziona.
Le risorse messe a disposizione dai governi esteri per affrontare la crisi alimentare e sanitaria non sono sufficienti e l’ufficio di coordinamento degli aiuti delle Nazioni Unite, OCHA , sta ancora negoziando con le varie parti in conflitto per consentire la consegna di aiuti umanitari in maniera regolare e “sicura”.
Alla carenza di cibo, acqua e case si aggiungono le violenze terribili che i civili subiscono dalle milizie armate sul territorio: stupri, uccisioni etniche, soprusi continui su una popolazione inerme.
Negli scorsi giorni il Segretario generale delle Nazioni Unite per il Sudan, Ramtane Lamamra, a Ginevra ha dato via ai colloqui tra i rappresentanti delle Forze armate sudanesi e le Forze paramilitari di supporto rapido, ma ancora nessun esito è stato comunicato.
Il 23 luglio scorso gli Stati Uniti hanno annunciato di aver invitato l’esercito sudanese e i paramilitari delle Forze di supporto rapido a partecipare a dei colloqui per un cessate il fuoco. Il generale Mohamed Hamdan Dagalo, leader delle Rsf, ha accolto l’invito del Segretario di Stato americano Blinken.
L’Arabia Saudita sarà il mediatore, mentre l’Unione africana, l’Egitto, e gli Emirati Arabi Uniti, insieme alle Nazioni Unite, saranno presenti come osservatori.
Blinken ha dichiarato che “l’obiettivo è ottenere una tregua, permettere la distribuzione degli aiuti umanitari e mettere in atto un meccanismo di monitoraggio e verifica per garantire l’attuazione di qualunque accordo.”
Firma la petizione di Amnesty International per l’embargo sull’invio di armi in Sudan.
Toomaj Salehi: il rapper iraniano simbolo della lotta al regime
Il nome Toomaj Saleh i sta risuonando a livello internazionale e sta diventando un simbolo della resistenza contro il regime iraniano. La sua storia, segnata da un coraggio indomito e una passione per la giustizia, è al contempo ispiratrice e tragica.
Nato in Iran, Toomaj Salehi è un rapper che ha utilizzato la sua musica come mezzo per denunciare le ingiustizie sociali e politiche nel suo Paese. Le sue parole , incisiv e e critic he , sono una chiara richiesta all'azione contro la repressione e la violenza del governo iraniano. Tuttavia, questo coraggio gli sta costando caro. Nel novembre 2021 è stato arrestato dalle autorità iraniane, che lo hanno accusato di "propaganda contro lo Stato" e "insulto al leader supremo". Nonostante il rischio evidente, il rapper non ha mai smesso di alzare la voce contro il regime. La sua detenzione ha richiamato l'attenzione di organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui Amnesty International, che ha lanciato una campagna per la sua liberazione.
Il suo caso è diventato ancora più controverso quando, nell'aprile 2024, è stato condannato a morte. La sentenza ha suscitato un'ondata di indignazione a livello globale: Salehi, infatti, è visto come una figura chiave nella mobilitazione dei giovani iraniani contro l'oppressione. La sua musica, che mescola elementi di rap e tradizione persiana, è un potente strumento di resistenza. I testi affrontano temi come la libertà, l'uguaglianza e i diritti umani, sfidando apertamente il regime iraniano. Questo lo ha reso un bersaglio per le autorità, che vedono in lui una minaccia alla stabilità del potere. Il rapper è diventato un simbolo non solo in Iran, ma anche all'estero. Molti vedono in lui il volto della lotta per la libertà in Iran, un paese dove l'espressione artistica e la libertà di parola sono severamente limitate. La sua condanna a morte è vista come un tentativo disperato del regime di spegnere una voce che ha il potere di ispirare e mobilitare le masse.
Tuttavia, la comunità internazionale non è rimasta in silenzio. Amnesty International ha intensificato i suoi sforzi per fermare l'esecuzione di Toomaj Salehi, lanciando appelli e mobilitando l'opinione pubblica globale. Secondo l'organizzazione, il processo è stato profondamente ingiusto, privo delle garanzie di un giusto processo e caratterizzato da accuse vaghe e pretestuose. Amnesty ha sottolineato come la condanna a morte sia una violazione del diritto alla libertà di espressione e ha chiesto con urgenza la commutazione della sua pena e la sua immediata liberazione.
Attualmente, Toomaj è ancora detenuto in Iran e rischia l'esecuzione. La sua storia è un esempio di coraggio e resistenza di fronte alla repressione, ispirando molte persone a continuare a lottare per i loro diritti . La campagna internazionale per la sua liberazione continua, con molte persone che chiedono al governo iraniano di rispettare i diritti umani e di porre fine alla repressione. Il coraggio di Tomaj nel parlare apertamente contro il regime iraniano, nonostante le gravi conseguenze, continua a ispirare molti in Iran e nel mondo. La sua condanna a morte rappresenta un'ulteriore prova delle dure realtà affrontate dai dissidenti in Iran, ma anche della forza della solidarietà internazionale nel la lotta per affermare i diritti umani.
Ultimi aggiornamenti da Amnesty Internationa l
Approfondimento - Il Corriere della Sera
Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Giulia Solferino e Laura Guerri
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