Numero 10 di 21 · 15 febbraio 2025

Diritti al punto - Gennaio 2025

Care lettrici e cari lettori, il 5 dicembre scorso Amnesty International ha pubblicato un rapporto sulle violazioni dei diritti umani e del diritto...

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Editoriale

Editoriale

il 5 dicembre scorso Amnesty International ha pubblicato un rapporto sulle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale commesse a Gaza, assumendo la netta posizione secondo cui Israele è responsabile di genocidio nei confronti della popolazione palestinese.

Il rapporto ha generato un ambio dibattito nell’opinione pubblica, ha diviso la comunità internazionale e ha determinato delle turbolenze anche all’interno dello stesso movimento. La missione di Amnesty International rimane quella di fare ricerca e azione in tutti i casi di violazione dei diritti umani nel mondo.

La sezione italiana di Amnesty International sta seguendo da vicino gli sviluppi legati al disegno di legge in materia di sicurezza pubblica . Insieme alle associazioni della rete NO DDL sicurezza è scesa in piazza per manifestare contro un provvedimento che rischia di minare il diritto di protesta pacifica, di reprimere forme legittime di dissenso e di inasprirne le pene.

Cecilia Sala , la giovane giornalista arrestata e posta in stato detentivo lo scorso 19 dicembre in Iran, è stata liberata e ha fatto rientro in Italia dopo 21 giorni di carcere. Sul caso, Amnesty International si è espressa fin da subito, chiedendo la liberazione immediata di Sala. La vicenda, pur essendosi conclusa bene e in tempi rapidi, rinvia a situazioni ricorrenti di “scambio prigionieri/ostaggi” su cui spesso gli Stati occidentali sono costretti a trattare.

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Articolo 1

Rapporto Amnesty International: a Gaza è genocidio

Il 5 dicembre scorso Amnesty International ha presentato il Rapporto sulla situazione a Gaza attribuendo ad Israele la responsabilità del crimine di genocidio nei confronti della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza. Il rapporto è la conclusione di una lunga e consistente attività di monitoraggio, ricerca e raccolta di prove svolta da Amnesty International. Secondo l’organizzazione, i palestinesi di Gaza rientrano tra i gruppi protetti dalla Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948 , che tutela gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi, identificandoli come un gruppo nazionale, etnico e razziale distinto sulla base di: una lingua comune (l'arabo palestinese), usanze e pratiche culturali condivise (nonostante differenze religiose), un'identità collettiva fortemente radicata nel territorio e storicamente ric070D41onosciuta.

Questa identificazione è stata confermata anche dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) il 26 gennaio 2024 , quando ha riconosciuto i palestinesi come un gruppo nazionale protetto e ha ordinato misure cautelari contro Israele per evitare il rischio di genocidio.

L'analisi di Amnesty si concentra su tre condotte genocidarie individuate dalla Convenzione ONU del 1948:

Come definito sia nella Convenzione del 1948 che nello Statuto della Corte Penale internazionale del 1998, affinché si possa parlare di crimine di genocidio è necessario che l’azione, consistente in una delle attività criminose elencate, sia accompagnata da un elemento soggettivo di chi commette l’azione: “l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.

Nei primi due mesi dell’offensiva, Israele ha condotto circa 10.000 attacchi aerei su Gaza, colpendo zone residenziali densamente popolate, ospedali e infrastrutture critiche.

Amnesty ha documentato 15 attacchi aerei specifici in cui sono stati colpiti edifici civili e in cui sono rimasti uccisi almeno 334 persone, tra cui 141 minori. Toccante la vicenda della neonata di soli tre mesi Ayla Nasman, vittima di un bombardamento israeliano il 14 dicembre 2023, il cui corpo è stato ritrovato dal padre dopo quattro giorni di ricerche.

Amnesty sostiene che questi attacchi fossero intenzionalmente diretti contro civili, in assoluta violazione del diritto internazionale umanitario.

Le forze israeliane hanno utilizzato armi ad alta potenza distruttiva su una delle aree più densamente popolate al mondo. Amnesty ha documentato l'uso di bombe JDAM (Joint Direct Attack Munition) in grado di distruggere interi edifici residenziali, bombe a grappolo (rischio di esplosioni ritardate), missili ad alta precisione, utilizzati su scuole, ospedali e mercati affollati, artiglieria pesante (tra cui proiettili da 155 mm, capaci di colpire un'area ampia senza distinzione tra civili e combattenti).

Il rapporto riferisce inoltre le dichiarazioni pubbliche di membri del Governo israeliano di incitamento alla distruzione, tra cui quella del presidente israeliano Isaac Herzog che il 12 ottobre 2023 ha dichiarato: "È un'intera nazione là fuori che è responsabile. Non è vero che ci siano civili non coinvolti."

Uno degli aspetti più tragici del conflitto, documentato da Amnesty, è l'elevato numero di vittime tra neonati e bambini.

Tra i danni fisici e mentali subiti dalla popolazione civile di Gaza, il rapporto riferisce oltre 4.500 casi di amputazioni, ustioni gravissime, traumi cerebrali e lesioni spinali, con danni neurologici permanenti, cecità e sordità causate dall'esplosione di bombe ad alto potenziale. A questo si aggiunge la difficoltà a garantire assistenza medica tempestiva e la scarsità di risorse sanitarie, considerato che a gennaio 2024, l’84% delle strutture sanitarie era stato danneggiato o distrutto. Secondo un’indagine Global Nutrition Cluster dell'Unicef , a gennaio 2024 il 15% dei bambini sotto i due anni nel nord di Gaza mostrava casi di deperimento, oltre a numerosi casi di infezioni respiratorie acute per condizioni igienico-sanitarie precarie documentate dall’OMS a fine aprile.

Nel rapporto si sottolinea l’impatto psicologico sui sopravvissuti a causa dei traumi subiti, continua sensazione di pericolo e disorientamento, disturbi “post traumatici”, attacchi di panico e depressione.

Inflizione deliberata di condizioni di vita volte a distruggere il gruppo in tutto o in parte

Dal 13 ottobre 2023, l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione di 1,1 milioni di palestinesi dal nord di Gaza senza garantire cibo, acqua o assistenza sanitaria. Il 6 maggio 2024, Israele ha avviato un’operazione di terra a Rafah, dove oltre un milione di palestinesi sfollati aveva cercato rifugio. Israele ha inoltre impedito ripetutamente l’ingresso degli aiuti umanitari, bloccandone l’ingresso, determinando inoltre una crisi alimentare senza precedenti e l’aumento della malnutrizione infantile. Il 1º aprile 2024, un attacco israeliano ha ucciso sette operatori umanitari della World Central Kitchen .

Amnesty ha documentato casi di prolungata carenza di cibo che ha portato le famiglie a non mangiare per giorni, a cui si aggiunge la crisi idrica che ha impedito completamente l’accesso all’acqua potabile a causa del bombardamento delle infrastrutture idriche e delle restrizioni imposte da Israele.

Amnesty International “ riconosce che Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno messo in pericolo la popolazione civile palestinese attraverso la loro condotta operando da, o nelle vicinanze di, aree residenziali densamente popolate e hanno violato il loro obbligo di prendere tutte le precauzioni possibili per proteggere i civili e gli obiettivi civili sotto il loro controllo dagli effetti degli attacchi, tuttavia questo non esonera Israele dai propri obblighi ai sensi del diritto umanitario internazionale di risparmiare i civili ed evitare attacchi che sarebbero indiscriminati o sproporzionati ”

La chiara e netta posizione di Amnesty International, attraverso la pubblicazione del rapporto, ha sollevato un acceso dibattito nell’opinione pubblica che ha addirittura portato ad accuse di antisemitismo nei confronti di Amnesty e ad una reazione di dissenso da parte della sezione israeliana di Amnesty International che dopo aver preso le distanze dal rapporto è stata sospesa per due anni dal board internazionale.

Senza dimenticare che Amnesty aveva già pubblicato nel 2022 un rapporto accusando Israele di crimine di apartheid.

Da poche settimane a Gaza è tregua, più di 2 milioni di palestinesi stanno rientrando verso il nord della striscia per tornare “a casa” dove troveranno distruzione e desolazione, e mentre la comunità internazionale stanzia milioni di dollari per la ricostruzione e Israele ipotizza l’annessione della Cisgiordania, i palestinesi di Gaza provano a raccogliere la dignità di un popolo che ha solo la necessità e il diritto di essere riconosciuto.

Wired - Genocidio a Gaza, un nuovo rapporto di Amnesty International accusa Israele

MEMO (Middle East Monitor) - Amnesty suspends Israel branch due to ‘anti-Palestinian racism’

HRW (Human Rights Watch) - Il crimine di sterminio e gli atti di genocidio commessi da Israele a Gaza

Firma ora l’Appello di Amnesty contro il Genocidio a Gaza

Articolo 2

DDL sicurezza: rischi e preoccupazioni per i diritti umani

Il Disegno di Legge (DDL) in materia di Sicurezza pubblica rappresenta un provvedimento significativo in materia di sicurezza pubblica in Italia. È composto da 38 articoli suddivisi in sei capitoli, mirati a potenziare le misure di sicurezza e a contrastare il terrorismo e la criminalità organizzata. Tuttavia, è doveroso notare che tali disposizioni sollevano gravi preoccupazioni riguardo ai diritti umani e alla libertà di espressione, accendendo così dibattiti e sollevando alcuni dubbi sulla legittimità e proporzionalità di alcune norm e .

Il percorso legislativo del DDL ha avuto inizio il 27 febbraio 2024 e ha visto un intenso dibattito parlamentare. Dopo l'approvazione alla Camera il 18 settembre 2024, il provvedimento è ora all'esame del Senato. Durante l ’esame in seno alle Commissioni parlamentari competenti, Amnesty International-Italia è stata audita e d ha espresso preoccupazione per le modifiche proposte che potrebbero aggravare ulteriormente la situazione dei diritti umani nel paese. In particolare, gli elementi che stanno allarmando alcuni giuristi e la maggior parte delle associazioni per la tutela dei diritti umani si possono così riassumere:

Amnesty International Italia ha monitorato attentamente l'evoluzione del DDL Sicurezza, esprimendo forte preoccupazione per l'impatto potenziale sulle libertà civili. L'organizzazione sottolinea che molte delle disposizioni proposte potrebbero limitare gravemente il diritto alla protesta pacifica e criminalizzare forme legittime di dissenso. In particolare, è stato evidenziato come l'ampliamento delle pene per chi protesta rappresenta un attacco diretto alla libertà di espressione in quanto tali misure possono dissuadere i cittadini dall'esprimere le proprie opinioni su questioni pubbliche, costruendo così un clima di paura e repressione.

Inoltre, Amnesty ha denunciato l'ampiezza e la vaghezza di alcune definizioni presenti nel DDL, che potrebbero portare a interpretazioni arbitrarie da parte delle autorità: ad esempio, la proposta di modifica de ll'articolo 53 del codice penale riguardante l'uso legittimo delle armi è particolarmente allarmante dal momento che essa potrebbe consentire a pubblici ufficiali di utilizzare armi senza adeguate garanzie legali.

È però doveroso sottolineare che Amnesty non condanna tutti i punti del DDL, ma anzi ne appoggia alcuni. Ad esempio, guarda con favore a quelle proposte di modifica volte a sopprimere il riferimento alla resistenza passiva come una delle condotte punibili nell’ambito di possibili rivolte nelle carceri o nei centri di permanenza per il rimpatrio. Esprime altrettanta soddisfazione anche per le diverse proposte emendative che vorrebbero introdurre i codici identificativi per le forze di polizia impegnate in azioni di ordine pubblico.

In conclusione, mentre il governo giustifica il DDL come una risposta necessaria alle minacce alla sicurezza, Amnesty International continua a chiedere un impegno serio per proteggere i diritti umani e garantire che ogni misura adottata rispetti i principi fondamentali della democrazia. È infatti essenziale garantire che le politiche di sicurezza non prevalgano sui diritti fondamentali dei cittadini, mantenendo un equilibrio tra sicurezza e libertà.

La posizione di Amnesty nel dettaglio - Amnesty International Italia

Testo integrale del DDL e relativi atti parlamentari - Senato della Repubblica

La posizione di Greenpeace - Greenpeace Italia

Articolo 3

21 giorni a Evin: il caso Sala e la politica degli ostaggi in Iran

“La cosa che più volevo era un libro". In carcere "sono riuscita a ridere due volte: la prima volta che ho visto il cielo e poi quando c'era un uccellino che faceva un verso buffo”, così Cecilia Sala, intervistata da Mario Calabresi, racconta i suoi 21 giorni nel carcere di Evin.

È il 19 dicembre 2024 e Cecilia Sala, come di consueto, sta lavorando ad una nuova puntata del suo podcast, quella mattina a Teheran, pronta a riprendere un volo che l’avrebbe riportata a casa, in Italia, il giorno dopo.

Qualcuno bussa alla sua camera d’albergo. Non si tratta, come crede inizialmente, degli addetti alle pulizie, ma delle autorità Iraniane che la prelevano e la portano nel carcere di Evin , in cui resterà in isolamento per 21 giorni.

Il Governo italiano divulgherà la notizia dell’arresto di Cecilia il 27 dicembre. Successivamente, un coro unanime si eleva per la liberazione della giornalista che, in Iran, stava soltanto svolgendo il suo lavoro di giornalista.

Il Governo iraniano non formalizza accuse precise e la posizione delle autorità iraniane appare fin da subito poco chiara. Solo il 31 dicembre, la stampa trasmette la notizia che il Ministero della Cultura e dell’Orientamento islamico ha diramato una nota secondo la quale Cecilia Sala «ha violato la legge della Repubblica islamica dell’Iran». Cecilia intanto è interrogata tutti i giorni per le prime due settimane. Dorme per terra, senza materasso, su una coperta. Privata dei suoi occhiali, non ha libri da leggere o penne con cui scrivere.

Presto fonti iraniane collegano l’arresto di Cecilia Sala a quello di Mohamed Abedini, ingegnere di nazionalità iraniana, fermato a Malpensa il 16 dicembre 2024. Il Governo iraniano ne chiede la liberazione. Diventa sempre più concreta l’ipotesi che quello di Sala e Abedini sia un caso cosiddetto di “prassi degli ostaggi”: un fenomeno sempre più radicato in Iran, per cui vengono arrestati cittadini occidentali o con doppia cittadinanza, ai quali vengono attribuite “imputazioni-farsa", come lo spionaggio, così da utilizzare il presunto colpevole in una trattativa di scambio ostaggi.

Quello di Cecilia non rappresenta un unicum. Come testimonia Amnesty International l’Iran è spesso protagonista di scambi di prigionieri, come il caso di Nazanin Zaghari-Ratcliff tornata a casa dopo 6 anni, a seguito del pagamento di 400 milioni di sterline da parte governo britannico a quello iraniano, e quello dello scambio di prigionieri tra Iran e Belgio nel 2023. Dalle trattative è stato invece escluso Ahmadreza Djalali, con cittadinanza svedese e iraniana, ricercatore presso l’Università del Piemonte orientale di Novara, arrestato nel 2016, condannato a morte e ancora in carcere in condizioni di salute molto precarie. Amnesty mantiene l’attenzione e continua a c hiederne costantemente la scarcerazione .

Cecilia Sala è stata scarcerata e ha fatto rientro in Italia l’8 gennaio 2025. qualche giorno dopo, è stata diffusa la notizia della scarcerazione di Mohamed Abedini dalle autorità italiane. Amnesty International continuerà il proprio lavoro di ricerca, azione e pressione affinché la prassi iraniana dello “scambio di ostaggi” sia arginata e sia garantita la possibilità di esprimere le proprie idee e svolgere liberamente il mestiere di giornalista.

La posizione di Amnesty International sul caso Sala e sulla politica degli ostaggi in Iran

L’intervista di Mario Calabresi a Cecilia Sala

Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Gabriele Leggeri, Giulia Solferino e Laura Guerri

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