Editoriale
il 22 marzo si celebra la giornata mondiale dell’acqua , istituita dalle Nazioni Unite. In molti paesi del mondo le risorse idriche sono carenti, rappresentando una minaccia al diritto alla salute, all’istruzione e alla crescita sociale ed economica. La scarsità idrica è anche causa e talvolta strumento di conflitti. Amnesty International ha documentato come, in alcuni territori, l'accesso alle risorse idriche venga deliberatamente limitato come forma di pressione politica e sociale.
Il 27 febbraio 2025 un gruppo di Uiguri detenuti in Thailandia sono stati deportati in Cina. Erano stati arrestati nel marzo 2014 dopo essere fuggiti dalle persecuzioni e dalle discriminazioni nella regione autonoma uigura dello Xinjiang in Cina. Nonostante la Thailandia sia vincolata al principio di non respingimento previsto dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, ha esposto gli uiguri a subire violazioni dei diritti umani. Amnesty International ha esortato il Governo thailandese a garantire il diritto degli uiguri a chiedere asilo.
Dall’arresto del Sindaco di Istanbul, avvenuto lo scorso 19 marzo, in Turchia sono iniziate una serie di proteste e manifestazioni pacifiche a cui è seguita una dura repressione da parte del governo turco. Le motivazioni dell’arresto hanno sollevato molti dubbi, lasciando pensare ad un pretesto usato spesso dal governo di Erdogan per fermare gli avversari politici. Amnesty International ha sollecitato le autorità turche a porre fine all’uso della forza non necessaria e indiscriminata e a garantire il diritto di protesta pacifico.
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Giornata mondiale dell’acqua e diritti umani
La Giornata Mondiale dell'Acqua, che si celebra il 22 marzo, ha radici profonde nel contesto ambientale internazionale degli anni '90. I stituita dalle Nazioni Unite nel 1992, all'interno delle direttive dell'Agenda 21, risultato della storica Conferenza di Rio. L'iniziativa prese ufficialmente vita attraverso la risoluzione ONU A/RES/47/193 del 22 dicembre 1992, con l'obiettivo di creare un momento annuale dedicato alla promozione della consapevolezza sull'importanza dell'acqua dolce e sulla gestione sostenibile delle risorse idriche.
Accanto agli Stati membri, numerose organizzazioni non governative hanno riconosciuto il potenziale di questa giornata per catalizzare l'attenzione pubblica sulla critica questione dell'acqua nella nostra era. Dal 199 7, i l Consiglio Mondiale sull'Acquacoinvolge migliaia di persone nel World Water Forum durante la settimana di marzo in cui si celebra la Giornata. Queste iniziative hanno contribuito a mettere in luce realtà drammatiche, come il fatto che oltre un miliardo di persone non abbiano ancora accesso all'acqua pulita.
In molti Paesi del mondo, l'accesso all'acqua assume anche una dimensione di genere: dove le risorse idriche non sono disponibili nelle abitazioni, in otto casi su dieci spetta alle donne, alle ragazze e alle bambine il compito di raccoglierla, spesso percorrendo lunghe distanze a piedi con carichi pesanti. Nei contesti segnati da conflitti o violenza endemica, questo compito aumenta esponenzialmente il rischio di subire aggressioni, violenze e stupri. La mancanza di acqua corrente impatta anche sull'igiene personale femminile: circa 500.000 donne e ragazze non possono prendersi adeguata cura della propria igiene durante il ciclo mestruale, rischiando infezioni che possono compromettere la loro salute sessuale e riproduttiva.
La questione idrica si intreccia profondamente anche con il diritto all'istruzione. Secondo le stime dell'UNICEF relative al 2021, tre scuole su dieci a livello globale non dispongono di servizi idrici di base e più di una su quattro non è dotata di strutture igienico-sanitarie essenziali. In queste condizioni, per le ragazze diventa particolarmente difficile curare la propria igiene personale e molte adolescenti sono costrette a rinunciare a frequentare le lezioni durante il ciclo mestruale. Questa interconnessione tra diritto all'acqua e diritto all'istruzione evidenzia come garantire l'accesso alle risorse idriche rappresenti uno dei pilastri fondamentali per la protezione dei diritti umani.
La scarsità idrica non è solo una questione di diritti negati, ma anche causa e strumento di conflitti. Tra il 2000 e il 2023, sono stati documentati ben 1.385 conflitti che hanno visto la risorsa idrica come fattore scatenante o come arma contro le popolazioni civili. Un esempio emblematico è rappresentato dalla guerra civile siriana che, oltre a tensioni religiose, sociali e politiche, è stata esacerbata dalla scarsa disponibilità idrica aggravata da un lungo periodo siccitoso dal 2007 al 2010.
In alcuni contesti, l'acqua diventa strumento di controllo e oppressione. Amnesty International ha documentato come, in alcuni territori, l'accesso alle risorse idriche venga deliberatamente limitato come forma di pressione politica e sociale. Queste pratiche costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali, aggravando tensioni preesistenti e contribuendo all'instabilità regionale.
La crisi climatica sta alterando profondamente i regimi idrologici globali, con effetti paradossali: mentre alcune regioni soffrono di siccità prolungate, altre subiscono inondazioni devastanti. Nel Corno d'Africa, ad esempio, la Somalia ha affrontato nel 2023 la più grave siccità degli ultimi 40 anni, immediatamente seguita da inondazioni catastrofiche. Questa alternanza di eventi estremi compromette gravemente la disponibilità di acqua potabile e la sicurezza alimentare di intere popolazioni.
Le migrazioni forzate legate alla scarsità d'acqua rappresentano una delle conseguenze più drammatiche della crisi idrica globale. Secondo il rapporto Groundswell della Banca Mondiale, entro il 2050 circa 216 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare a causa degli impatti climatici, tra cui lo stress idrico. Questi spostamenti forzati stanno già avvenendo in diverse regioni del mondo, con il Corno d'Africa tra le aree più colpite.
La Somalia rappresenta un caso emblematico delle dinamiche migratorie indotte dalla crisi idrica. Solo nel 2023, secondo le stime dell'UNHCR, la combinazione di siccità, inondazioni, conflitti e insicurezza ha causato quasi 3 milioni di nuovi spostamenti forzati all'interno del Paese. Questi movimenti di popolazione generano ulteriori pressioni sulle risorse disponibili nelle aree di destinazione, creando potenziali tensioni con le comunità ospitanti.
Nei campi profughi e nelle aree dove le persone rifugiate e sfollate trovano accoglienza, garantire servizi idrici e igienico-sanitari adeguati rappresenta una sfida cruciale. L'UNHCR ha implementato diverse buone pratiche in questo ambito, come l'estensione dell'acquedotto ad Agadez in Niger e la solarizzazione di 295 pozzi nel 2023 , migliora ndo significativamente le condizioni di vita delle popolazioni sfollate.
Le soluzioni tecnologiche appropriate, come i sistemi di raccolta dell'acqua piovana, la desalinizzazione a basso impatto energetico e l'irrigazione efficiente, possono contribuire significativamente a migliorare l'accesso all'acqua nelle comunità vulnerabili. Tuttavia, è fondamentale che queste soluzioni siano sviluppate e implementate con il pieno coinvolgimento delle comunità locali, rispettando le loro conoscenze tradizionali e le specificità culturali.
L'interconnessione tra crisi idrica, cambiamenti climatici e diritti umani richiede risposte integrate, che vadano oltre i confini nazionali e settoriali. La cooperazione internazionale, l'innovazione tecnologica sostenibile e il coinvolgimento delle comunità più vulnerabili rappresentano elementi imprescindibili di qualsiasi strategia efficace per affrontare queste sfide. Come cittadini, consumatori e membri della società civile, abbiamo tutti un ruolo da svolgere nella protezione e nella gestione sostenibile di questa risorsa insostituibile, per garantire un futuro di dignità e diritti per tutti.
Acqua inquinata in Palestina (Amnesty International)
La Thailandia non osserva il principio di non respingimento: 48 uiguri deportati in Cina
Il 27 febbraio 2025 un gruppo di uiguri detenuti in Thailandia sono stati deportati in Cina nel pieno della notte a bordo di sei furgoni con i vetri oscurati scortati da auto della polizia.
Si tratta di circa 48 uiguri che erano tra i 300 arrestati il 13 marzo 2014 da parte delle autorità thailandesi dopo essere fuggiti dalle persecuzioni e dalle discriminazioni nella regione autonoma uigura dello Xinjiang in Cina.
Amnesty International aveva già documentato, nel report del 2021, lo scenario di abusi e vessazioni ai danni degli uiguri nello Xinjiang ma anche dei kazaki e di altri gruppi etnici di religione musulmana, da parte del governo cinese, compreso l’utilizzo di campi di internamento in cui sono state detenute migliaia di persone. Tra i motivi della detenzione d’arbitrio rientrano comportamenti come, possedere un'immagine a tema religioso o comunicare con qualcuno all'estero. Amnesty International ha intervistato coloro che sono riusciti a fuggire dalla prigionia e ha constatato torture e maltrattamenti reiterati, disumanizzazione, utilizzo di scosse elettriche e interrogatori su "sedie tigre", sedie di acciaio con catene e manette che trattengono il corpo in posizioni dolorose.
La detenzione degli uiguri in Thailandia e il tentativo di evitare la deportazione non rappresenta un caso privo di interesse da parte della comunità internazionale. Nel gennaio 2025 infatti anche degli esperti delle Nazioni Unite hanno inviato una lettera al governo thailandese chiedendo alle autorità di fermare il possibile trasferimento di 48 uiguri nella Repubblica Popolare Cinese, facendo presente che il gruppo era a rischio reale di tortura o altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti se fossero stati rimpatriati; tenendo anche conto dei gravi problemi di salute quali diabete, disfunzione renale, paralisi della parte inferiore del corpo, malattie della pelle, malattie gastrointestinali e problemi cardiaci e polmonari.
La Thailandia è vincolata dal principio di non respingimento (articolo 33 della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato del 1951), che proibisce il trasferimento di persone in qualsiasi paese o giurisdizione in cui potrebbero affrontare un rischio reale di gravi violazioni dei diritti umani. Dunque, come si spiegherebbe la scelta del Governo thailandese, storico alleato degli Stati Uniti, in riferimento alla deportazione degli uiguri?
Due settimane prima del trasferimento, la Premier tailandese, Paetongtarn Shinawatra, si è recata in Cina in visita ufficiale ed ha incontrato il Presidente Xi Jinping a Pechino. Sul tavolo dell’incontro il contrasto ai cosiddetti scam center , dei centri in cui eserciti di schiavi vengono addestrati e costretti a truffare gente in tutto il mondo. Pochi giorni dopo il rientro della premier, le forze armate thailandesi hanno fatto irruzione in alcuni centri in Birmania, liberando 250 persone provenienti da venti paesi diversi. Alla luce di questi avvenimenti si potrebbe quindi considerare che il rimpatrio degli uiguri in Cina, come anche la retata presso gli scam center, possano essere visti come un avvicinamento di Bangkok a Pechino, un nuovo allineamento che andrebbe a modificare gli assetti geopolitici nel Sud Est asiatico.
Amnesty International ha esortato il Governo thailandese a garantire il diritto degli uiguri a chiedere asilo e ad accedere a una procedura completa, efficace ed equa per valutare le loro richieste di asilo e consentire loro di rivolgersi ad avvocati, familiari e cure mediche appropriate.
La deportazione degli uiguri e la situazione geopolitica
Le proteste in Turchia
Amnesty International, insieme ad altre undici organizzazioni, ha chiesto alle autorità turche di cessare immediatamente gli attacchi contro i manifestanti pacifici, ogni tipo di censura verso giornalisti e canali di informazione e di porre fine alla repressione della libertà di parola online.
Le proteste a Istanbul sono iniziate dopo l’arresto del Sindaco, Ekrem Imamoglu, il principale oppositore del Presidente Erdogan, avvenuto lo scorso 19 marzo. Ekrem Imamoglu, 53 anni, esponente del partito popolare repubblicano (CHP), era tra i favoriti alle primarie del partito per la corsa alle prossime elezioni presidenziali turche previste nel 2028. Alle 7:30 del mattino, la casa di Imamoglu è stata perquisita da decine di poliziotti e lui sottoposto all’arresto con l’accusa di corruzione e legami con il partito PKK (partito dei lavoratori del Kurdistan, organizzazione militare che a inizio marzo ha dichiarato il cessate il fuoco con lo Stato turco). Le motivazioni a sostegno del suo arresto hanno sollevato molti dubbi, lasciando pensare ad un pretesto usato spesso dal governo turco per fermare gli avversari politici.
Successivamente al suo arresto, sono iniziate le proteste e con esse una dura repressione messa in atto dalle forze di polizia. Il governo ha imposto divieti alle manifestazioni, impedendo l’esercizio alla libertà di manifestare, che rientra nella più ampia libertà di espressione, e ha eseguito una serie di arresti verso i manifestanti. Erdogan ha sostenuto che le manifestazioni sono state sobillate da Imamoglu trasformandole in un “movimento di Violenza”, in realtà nella totalità dei casi si è trattato di proteste pacifiche che sono sfociate talvolta in scontri quando la polizia, in tenuta antisommossa, ha provato a disperderle. Dal 19 marzo sono state arrestate più di 1800 persone, Amnesty International ha sollecitato le autorità turche a porre fine all’uso della forza non necessaria e indiscriminata contro persone che manifestano pacificamente e ad avviare indagini sugli atti illegali di violenza commessi dalla polizia. L’ Unione Europea, attraverso una dichiarazione comune dell’Alta Rappresentante per gli affari esteri, Kaja Kallas, e la Commissaria per l’allargamento, Marta Kos, ha esortato le autorità turche a garantire la piena trasparenza nelle loro azioni, aggiungendo che l’arresto di Imamoglu solleva dubbi sull’adesione della Turchia alla sua tradizione democratica.
Nonostante la repressione da parte della polizia, le proteste continuano, la maggior parte delle persone che manifestano sono giovani, alcuni di loro avevano già partecipato alle proteste di Gezi Park nel 2013, mostrando una sorta di dissenso continuo verso Erdogan. Per molti di loro che sono stati intervistati, non si tratta di una semplice manifestazione, ma resistenza.
Oltre alla repressione delle proteste di massa, Amnesty ha registrato condotte repressive nei confronti di media indipendenti e giornalisti, sia locali che internazionali, esortando le autorità turche a porre finire a queste limitazioni di libertà, ribadendo che giornalisti e osservatori devono essere protetti.
Il diritto di protesta continua ad essere minacciato in diversi paesi, Amnesty International prosegue nella sua attività di monitoraggio, ricerca e azione per documentare le violazioni di tale diritto, espressione della più ampia libertà di pensiero. Accanto al lavoro delle organizzazioni internazionali, associazioni e ong, sono necessari sforzi maggiori da parte dell’Unione Europea e dei singoli Stati affinché intervengano incisivamente contro le politiche repressive.
Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Gabriele Leggeri, Giulia Solferino e Laura Guerri
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