Editoriale
il diritto di voto rappresenta uno dei cardini fondamentali della democrazia moderna e costituisce un elemento essenziale per la tutela dei diritti umani. La storia del diritto di voto in Italia è il ritratto di una progressiva estensione della partecipazione democratica. Nel 1946, con il suffragio universale, il diritto di voto è stato esteso alle donne. Oggi, il diritto di voto affronta nuove sfide legate all’inclusione sociale e alla rappresentatività democratica. Amnesty International continua a sostenere l’importanza di garantire l’accesso alla partecipazione democratica per tutti, combattendo ogni forma di discriminazione ed esclusione.
Cinquant’anni fa entrava in vigore in Italia la legge sulla riforma del diritto di famiglia, una conquista sul piano del principio di uguaglianza tra coniugi. Nonostante gli sviluppi normativi e il progresso sociale, oggi la libertà della donna è ancora gravemente minacciata. I fatti di cronaca e i dati ISTAT ci dicono che i casi di violenza sulle donne sono in continua crescita, soprattutto nei contesti relazionali e familiari. Prevenire e combattere la violenza domestica e le discriminazioni di genere, vuol dire combattere le sue radici culturali e le sue cause e richiede un impegno importante e sistematico da parte delle istituzioni e della società civile.
Nel 1999 entrava in vigore la Convenzione di Ottawa per la proibizione dell'uso, stoccaggio, produzione, vendita di mine antiuomo e relativa distruzione. Ad oggi 165 Stati aderiscono al trattato, ma le recenti crisi geopolitiche e i conflitti armati hanno aperto un dibattito sui tavoli parlamentari di alcuni Stati che hanno avvertito la minaccia alla propria sicurezza nazionale, mettendo in discussione l’impegno assunto con il trattato. Tra questi l’Ucraina, che ha recentemente deciso di ritirarsi dalla Convenzione e altri Stati, tra cui i Baltici, la Polonia e la Finlandia che ne stanno discutendo.
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Il diritto di voto: pilastro della democrazia e strumento di inclusione
Il diritto di voto rappresenta uno dei cardini fondamentali della democrazia moderna e costituisce un elemento essenziale per la tutela dei diritti umani. Come sancito dall’articolo 48 della Costituzione italiana, “sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età”, principio che riflette la conquista del suffragio universale raggiunto in Italia solo nel 1946 .
La storia del diritto di voto nel nostro Paese è il ritratto di un a progressiva estensione della partecipazione democratica. Nel 1861, anno dell’Unità d’Italia, votava meno del 2% delle persone su una popolazione di circa 22 milioni: solo i cittadini maschi di età superiore ai 25 anni, alfabetizzati e che paga vano tributi allo Stato. Il suffragio universale maschile venne introdotto nel 1918, mentre le donne ottennero il diritto di voto solo nel 1946, in occasione del referendum istituzionale e delle elezioni per l’Assemblea Costituente.
Il principio del suffragio universale, come definito dalla Costituzione, stabilisce che il voto sia “personale ed eguale, libero e segreto”. Questi caratteri garantiscono che ogni cittadino possa esprimere la propria volontà senza condizionamenti esterni e che ogni voto abbia lo stesso valore democratico.
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 stabilisce all’art . 21 che “ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti” e che “la volontà popolare dovrà essere il fondamento dell’autorità del governo”. Questo principio sottolinea come la partecipazione politica non sia un mero privilegio, ma un diritto fondamentale che consente ai cittadini di influenzare le decisioni che riguardano la loro vita e il futuro della società.
L’esclusione dal diritto di voto rappresenta una forma di discriminazione che può perpetuare disuguaglianze e marginalizzazione. Per questo motivo, Amnesty International ha sempre sostenuto l’importanza di garantire l’accesso al voto a tutti i cittadini, combattendo ogni forma di discriminazione che possa limitare la partecipazione democratica.
Un esempio concreto di esercizio della democrazia diretta si è presentato recentemente in occasione dei cinque referendum abrogativi dell’8 e 9 giugno 2025 : quattro di questi riguardavano i temi del lavoro e l’abrogazione di alcune parti del Jobs Act, mentre il quinto riguardava la cittadinanza.
Su q uest’ultimo, in particolare, Amnesty aveva espresso la propria posizione sostenendo la campagna per il “si”. Per la prima volta nella storia dei referendum italiani, in questa occasione è stato garantito anche il voto fuori sede per coloro che, per motivi di studio, lavoro o cure mediche, si trovano in una provincia diversa da quella di residenza.
Come è noto, non avendo raggiunto il quorum costitutivo, il risultato del referendum non ha avuto efficacia.
Oggi, il diritto di voto affronta nuove sfide legate all’inclusione sociale e alla rappresentatività democratica. L’esclusione di centinaia di migliaia di persone che vivono stabilmente in Italia, ma non hanno la cittadinanza rappresenta una delle principali questioni di giustizia sociale del nostro tempo.
Come evidenziato dalla campagna “Proteggo la protesta” di Amnesty International, il diritto alla partecipazione politica include anche la libertà di manifestare pacificamente e di far sentire la propria voce. Questi diritti sono interconnessi e si rafforzano reciprocamente nella costruzione di una società più giusta e inclusiva.
Il diritto di voto rimane uno strumento fondamentale per la realizzazione dei diritti umani e per la costruzione di società più eque. Come organizzazione che difende i diritti umani a livello globale, Amnesty International continua a sostenere l’importanza di garantire l’accesso alla partecipazione democratica per tutti, combattendo ogni forma di discriminazione ed esclusione.
La democrazia si nutre della partecipazione attiva dei cittadini e il voto rappresenta il mezzo principale attraverso cui ogni persona può contribuire al cambiamento sociale e alla tutela dei diritti fondamentali. Solo attraverso un’effettiva inclusione democratica è possibile costruire un futuro in cui i diritti umani siano davvero per tutti.
Amnesty International Italia, “Rapporto 2024-2025: crisi globale dei diritti umani”, 29 aprile 2025
Articolo 48 della Costituzione italiana – Brocardi.it
Il suffragio universale in Italia: significato e storia
“Proteggo la protesta” – Amnesty International Italia
I Diritti delle donne tra Legge e Cultura
Cinquant’anni fa entrava in vigore la legge 151/75 sulla riforma del diritto di famiglia.
A maggio scorso, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato l’anniversario, sottolineando l’importanza di questa legge e allo stesso tempo richiamando l’attenzione sui crescenti casi di violenza subita ancora oggi dalle donne, soprattutto all’interno dei contesti familiari.
La Legge di riforma del diritto di famiglia, richiamando i principi della nostra Carta Costituzionale, scrisse parti sostanziali del Codice Civile. Tra queste, il principio di uguaglianza tra moglie e marito, riconoscendo la piena parità tra i coniugi, nei diritti e nei doveri (art.143 c.c.), anche riguardo al mantenimento e all’educazione dei figli (art. 147 c.c.).
La riforma, riconoscendo stessi diritti e stessi doveri al marito e alla moglie, ha rappresentato un grande passo in avanti che rese l’Italia un Paese più giusto e più libero.
La riforma fu fortemente sostenuta da figure politiche di spicco come Nilde Iotti , protagonista di primo piano del Partito Comunista Italiano e prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera, Giglia Tedesco , politica socialista, impegnata nella lotta per i diritti delle donne e per la parità di genere e Marisa Rodano , esponente del Partito Comunista Italiano e figura di riferimento del femminismo italiano.
La Legge 151/75 fu una vera svolta, ma a distanza di cinquant’anni, la società attuale ci restituisce una situazione in cui la libertà della donna è gravemente minacciata.
Nel 1981, la legge 442/1981 abolì il matrimonio riparatore e il delitto d’onore, sancendo finalmente che la violenza e la sopraffazione non potevano essere giustificate da nessun concetto di onore, e che ogni persona ha il diritto di essere libera da ogni forma di costrizione o abuso, soprattutto in ambito familiare. Fino a quell’anno, se alla violenza sessuale seguivano le nozze tra vittima e colpevole, il matrimonio estingueva la pena per tale violenza, non di rado commessa su una minorenne. Comunque, anche dopo la promulgazione della legge, lo stupro rimase reatro contro la moralità pubblica e non contro la persona. Solo nel 1996 lo stupro venne collocato dal legislatore tra i reati “contro la persona”.
Lo scorso 25 novembre 2024, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, Alba Bonetti, Presidente di Amnesty International Italia, ha dichiarato: “L’Italia fa parte di quella minoranza di Stati europei che non hanno ancora adeguato la definizione di stupro al principio del consenso. A oggi l’articolo 609-bis del codice penale definisce lo stupro in base all’esercizio dell’inganno, della forza o dell’abuso di autorità. Condizioni che non sempre ricorrono (in moltissimi casi lo stupratore è un familiare o un amico) e soprattutto non tengono conto della volontà della vittima.” E ancora l’8 marzo scorso, Amnesty ha rilanciato la campagna #IOLOCHIEDO a sostegno della modifica dell’articolo 609-bis del codice penale.
In Italia dal 1996 si sono susseguiti una serie di atti legislativi contro la violenza di genere , tra cui la ratifica, nel 2013, della Convenzione di Istanbul del 2011 sulla prevenzione e lotta contro la violenza nei confronti delle donne, riconosciuta come forma di violazione dei diritti umani e di discriminazione e la promulgazione della Legge n. 119 del 2013 contro il femminicidio. Questi due momenti legislativi, hanno rappresentato un’importante e necessaria presa d’atto di un fenomeno strutturale e diffuso, ben oltre le statistiche. Allora come oggi, questo tipo di violenza è difficile da indagare, perchè spesso è dissimulata e nascosta dalle stesse vittime. Le violenze in famiglia, o comunque nell’ambito di relazioni affettive/sentimentali, sono le più difficili da denunciare; spesso le donne si sentono sole, bloccate nella paura, paralizzate in un dramma che se affrontato sconvolgerebbe la propria vita e anche quella di altre persone care. E troppo spesso è un femminicidio a denunciare finalmente quelle violenze nascoste e negate.
La lotta contro la violenza domestica e le discriminazioni di genere, richiede un impegno importante e sistematico da parte delle istituzioni e della società civile. Le leggi pur necessarie e fondamentali, non esauriscono il problema. La priorità è lavorare per combattere le discriminazioni e gli stereotipi legati ai ruoli di genere e al sessismo, condizioni in cui talvolta sedimenta la violenza maschile contro le donne.
Uno studio ISTAT del 2014 rileva tra i fattori di rischio di violenza sulle donne, un pericoloso meccanismo: si tratta della trasmissione intergenerazionale della violenza, che può essere attivata sia perché si è assistito alla violenza tra i genitori, sia perché la si è vissuta direttamente.
I figli che vivono con un padre violento nei confronti della madre, in futuro avranno una probabilità maggiore di azioni violente nei confronti delle proprie compagne (21,9% contro un tasso medio del 5,2%), e le figlie di esserne vittime: i maschi imparano la violenza e le femmine a tollerarla. Per quanto scontato, per poter realmente agire la situazione e scardinare questo perpetrarsi di abusi, servono politiche urgenti di prevenzione e di educazione che creino consapevolezza verso la negatività dei comportamenti di indifferenza e di accettazione rispetto alla violenza.
Prevenire la violenza vuol dire combattere le sue radici culturali e le sue cause. Per questo sono essenziali piani educativi mirati alla sensibilizzazione, specie delle nuove generazioni.
Il 22 novembre 2023, undici giorni dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, il Ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, annunciava il progetto “Educare alle relazioni”, iniziativa rivolta alle scuole per discutere insieme a studenti e studentesse di relazioni, rispetto, e violenza di genere, ma non fu attuato. Purtroppo a tutt’oggi non esiste un progetto educativo scolastico in tal senso, il Ministro si è limitato ad affermare la necessità di arricchire ulteriormente le linee guida sull’educazione civica con temi sulla cultura del rispetto nei confronti delle donne e della figura femminile.
“Sono passati dieci anni da quando l’Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul, il quadro giuridico internazionale sulle modalità di contrasto ed eliminazione della violenza contro le donne. Delle tre direttrici di azione indicate dalla Convenzione (prevenzione, protezione, punizione), in questi anni i vari governi italiani hanno privilegiato l’inasprimento delle pene e un, seppur parziale, investimento a sostegno dei centri antiviolenza. Poco o nulla si è fatto per lavorare sulle radici del problema, che sono di ordine esclusivamente culturale”. Alba Bonetti Presidente Amnesty Italia.
La Convenzione di Ottawa e il ritiro dei Paesi Baltici e dell’Ucraina
La Convenzione internazionale per la proibizione dell'uso, stoccaggio, produzione, vendita di mine antiuomo e relativa distruzione , nota come Convenzione di Ottawa , è stata firmata da 122 Stati il 3 dicembre 1997 ed è entrata in vigore nel 1999. Nel diritto internazionale, è un trattato essenziale per la messa al bando delle mine antiuomo, volto a vietare l'uso, la detenzione, la produzione e il trasferimento di tali ordigni e ad imporre la distruzione degli stock esistenti, oltre che l'assistenza alle vittime del loro uso. Ad oggi, 165 Stati aderiscono al Trattato, di cui 157 hanno eliminato le loro scorte, pari a oltre 47 milioni di ordigni a livello mondiale. Tra i vari Stati che non hanno aderito alla Convenzione, troviamo Cina, India, Repubblica di Corea , Federazione Russa e Stati Uniti d’America.
L’ Italia rappresenta il Paese che ha distrutto il maggior numero di mine terrestri, la maggior parte delle quali provenienti da scorte industriali. L'Italia, inoltre, partecipa attivamente al processo di follow-up di Ottawa, sia dal punto di vista diplomatico, partecipando a tutte le riunioni della Convenzione, che operativo. In particolare, ha destinato fondi significativi a programmi di sminamento umanitario e promuove un approccio integrato alla bonifica dei residuati esplosivi, disciplinati da Trattati distinti, ma i cui obiettivi sono fortemente complementari.
La situazione sembra invece più complessa se si guarda ai territori europei che si trovano in prossimità di scenari di conflitto. Nei tempi più recenti, l ’Ucraina, con decreto presidenziale firmato dal presidente Volodymyr Zelensky, ha deciso formalmente il 29 giugno scorso di abbandonare la Convenzione ratificata nel dicembre 2005. Alla base della scelta ci sarebbe il deterioramento della situazione militare al fronte, che sta obbligando i vertici militari a operare delle scelte drastiche, come l'utilizzo massiccio delle mine per frenare l'offensiva russa. Va considerato che al momento della sua indipendenza dall'Unione Sovietica, l'Ucraina ereditò da quest'ultima vasti arsenali militari, incluse grandi quantità di mine antiuomo e anticarro. Dopo la firma della Convenzione il processo di eliminazione dei vecchi stock ha seguito un ritmo lento, poi interrotto a seguito dello scoppio della guerra nel Donbass. L’utilizzo delle mine è stato quindi incrementato ancor più dal 2022 all’interno del conflitto russo-ucraino, da entrambe le parti.
La scelta dell’Ucraina non rappresenta un unicum. Nei primi mesi 2025 il sistema costruito attorno alla Convenzione aveva già mostrato segni di cedimento. Infatti, a marzo sono stati i Paesi Baltici e in particolare i ministri della difesa di Lituania, Lettonia, Estonia e Polonia ad annunciare congiuntamente l'intenzione di ritirarsi dalla Convenzione, con la finalità proprio di rafforzare le proprie difese dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.
L’azione si è concretizzata proprio nel mese di giugno: Estonia, Lettonia e Lituania hanno infatti depositato il 27 giugno, presso la delle Nazioni Unite, i propri strumenti di ritiro dal Trattato. Questi entreranno in vigore tra sei mesi.
All'inizio di giugno, anche i parlamenti di Finlandia e Polonia hanno formalmente approvato le proposte di uscita dal trattato e i loro depositi di prelievo sono considerati imminenti.
Hanno contribuito a questa pubblicazione: Francesca Cocozza, Gabriele Leggeri, Giulia Solferino e Laura Guerri
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