Numero 1 di 23 · 13 agosto 2026

Diritti al punto

Care Lettrici e Cari Lettori, Lo scorso giugno, il governo cinese ha imposto alle madri delle vittime del massacro di Tiananmen , il divieto di recarsi al...

Editoriale

Editoriale

Care Lettrici e Cari Lettori,

Lo scorso giugno, il governo cinese ha imposto alle madri delle vittime del massacro di Tiananmen , il divieto di recarsi al cimitero di Wan’an, per commemorare i propri cari. Prima di quest’anno le autorità cinesi avevano già adottato misure per impedire celebrazioni commemorative . Il divieto imposto quest’anno segna un’escalation nel grado dei divieti, andando a colpire la sensibilità delle madri delle vittime. Amnesty International ha definito la decisione adottata dal governo cinese “senza cuore e priva di compassione”.

Lo scorso 19 luglio si è concluso il Campionato mondiale di calcio 2026 . Anche in questo mondiale, come quello giocato in Qatar nel 2022, si è sottovalutato l’aspetto sociale della manifestazione e l’impatto sui diritti umani : politiche migratorie repressive adottate dagli Stati Uniti, violente azioni dell’ICE, diniego dei visti d’ingresso ai cittadini di alcune nazionalità, discriminazioni verso la comunità LGBTQIA+. Amnesty International ha chiesto alla FIFA di non strumentalizzare il campionato mondiale di calcio per consentire a determinati paesi di perseguire politiche repressive.

Sudafrica : da anni la violenza xenofoba contro rifugiati e migranti resta impunita, alimentata anche dalla retorica politica. Nel 2026 l'ultimatum del movimento "March and March" ha portato a un'espulsione di massa mascherata da "rientro volontario", mentre gruppi di vigilantes bloccano perfino l'accesso alle cure ospedaliere. Amnesty International chiede alle autorità di fermare la violenza e perseguire i responsabili.

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Articolo 1

Cina, divieto di commemorare le vittime di Tienanmen

Il governo cinese ha imposto alle madri delle vittime del massacro di Tiananmen, di recarsi al cimitero di Wan’an, per commemorare i propri cari. Una decisione definita da Amnesty International “senza cuore e priva di compassione” .

Il 4 giugno 1989, l’esercito cinese represse con violenza le manifestazioni studentesche, in corso da alcune settimane, che chiedevano democrazia e rispetto dei diritti umani. Nonostante non siano state diffuse stime ufficiali, si ritiene che i morti tra i civili furono diverse centinaia. Emblematica l’immagine del manifestante che bloccò disarmato una colonna di carri armati cinesi sulla piazza.

Prima di quest’anno, il governo cinese aveva già adottato misure per impedire celebrazioni commemorative. La prima volta è stata nel 2021, quando la polizia di Hong Kong ha vietato l’organizzazione dell’annuale veglia di commemorazione delle proteste di piazza Tiananmen, a Pechino, motivando il divieto con il rischio di diffusione del coronavirus tra i manifestanti. Si aggiunge inoltre che Hong Kong e Macao, per via del loro statuto speciale, sono gli unici due luoghi della Cina in cui le manifestazioni per il ricordo delle proteste e delle vittime, sono consentite. Nel resto della Cina sono vietate da sempre. Chow Hang Tung, il Vice Presidente dell’Alleanza di Hong Kong a sostegno dei movimenti patriottici democratici della Cina, è stato arrestato all’alba del giorno della commemorazione. La veglia è stata cancellata, il museo dedicato alla commemorazione delle vittime è stato chiuso per l’intera settimana e Victoria Park, cuore pulsante della città, è stato blindato con la presenza di 7 mila poliziotti.

Il divieto imposto quest’anno colpisce la sensibilità delle madri delle vittime a cui, finora, non era mai stato vietato di recarsi al cimitero per ricordare i propri cari che hanno perso la vita in quel tragico giorno del 1989. La decisione adottata dal governo cinese rappresenta quindi un’escalation, se si considerano i divieti adottati negli anni precedenti. Sara Brooks, Vice Direttrice regionale di Amnesty International , oltre a definire “crudele” l’atto adottato, ha affermato che le autorità cinesi devono ritenersi responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani perpetrati il 4 giugno 1989 e alle famiglie deve essere consentito di commemorare le 37 vittime che hanno perso la vita, semplicemente nell’esercizio del loro diritto di protesta. Come riporta Human Rights Watch , il 28 dicembre 2025, a Pechino, l’ufficio di pubblica sicurezza ha ostacolato, per la prima volta, un incontro delle Madri di Tiananmen, un gruppo di sostegno alle vittime che ha iniziato a tenere questi incontri dal 2009. Il 27 maggio scorso, le Madri di Tiananmen hanno emesso una dichiarazione, firmata da 107 membri, con la quale hanno sollecitato il governo cinese ad affrontare, attraverso strumenti legittimi e in uno spirito di pace, tutte le ferite e le ingiustizie irrisolte lasciate da quegli eventi e a ristabilire la giustizia e la dignità ad ogni famiglia che ha perso un proprio caro.

Intorno ai fatti di piazza Tiananmen, il Governo cinese ha arrestato migliaia di persone con l’accusa di “contro rivoluzione” e altre accuse di rilevanza penale. L’assenza di sanzioni internazionali, a seguito dei massacri di piazza Tiananmen, non ha di certo facilitato la già debole posizione della Cina in materia di diritti umani.

Nonostante i divieti imposti, le proteste di Tiananmen e le vittime di quella tragica giornata continuano ad essere ricordate in varie parti del mondo, non solo per commemorare coloro che hanno pagato con la vita una richiesta legittima di democrazia, ma anche per richiamare l’attenzione della comunità internazionale sulla responsabilità del governo cinese in relazione a quei fatti e alle vittime.

Articolo 2

Cartellino rosso per i Mondiali di calcio 2026

Si è concluso lo scorso 19 luglio il Campionato mondiale di calcio 2026. Per la prima volta un torneo combattuto da 48 partecipanti in tre diversi stati: Stati Uniti, Messico e Canada.

In questo mondiale da record, in cui le stime e le previsioni di crescita economica erano altissime, si è di nuovo sottovalutato, come per il mondiale in Qatar 2022 , l’aspetto sociale della manifestazione e il suo impatto sui diritti umani.

Nei giorni antecedenti la finale tra Spagna e Argentina, diverse organizzazioni, tra cui Human Rights Watch, la Sport & Rights Alliance , Football Supporters Europe e Amnesty International , hanno espresso la loro preoccupazione e disappunto per lo spettacolo in corso.

Centrale, in questo senso, è stata l’attenzione rivolta alle politiche migratorie repressive degli Stati Uniti, oltre che alle violente azioni dell’ICE che proprio in quei giorni è stato responsabile dell’uccisione di almeno due migranti in Texas e nel Maine.

Anche la partecipazione alla competizione ha subito diverse restrizioni: in particolare ai cittadini di alcuni paesi (tra cui Haiti, Costa d'Avorio, Iran e Senegal) non sono stati riconosciuti i visti di ingresso, impedendo loro di sostenere attivamente le proprie squadre.

Sotto scacco anche la comunità LGBTQIA+ che ha subito forti discriminazioni, sentendosi poco sicura in un terreno di gioco in cui avrebbe dovuto prevalere lo sport e la solidarietà.

In questa partita Stati Uniti, Messico e Canada avrebbero dovuto giocare un ruolo cruciale sostenendo il rispetto e la tutela di milioni di persone che, al contrario, si sono sentite minacciate e in pericolo. Secondo le Nazioni Unite vi sarebbe una corresponsabilità anche della FIFA, in quanto quest’ultima e le sue federazioni affiliate, sono tenute a rispettare i diritti umani. Considerando le scelte della FIFA, dai mondiali del Qatar, ai prossimi appuntamenti in Arabia Saudita, sembrerebbe che questa non stia prendendo sul serio le proprie promesse e responsabilità, privilegiando il profitto rispetto ai diritti umani e al benessere delle persone che amano il calcio.

Amnesty International , in occasione dei mondiali 2026, ha chiesto alla FIFA che tali manifestazioni non siano un pretesto per effettuare controlli sullo status migratorio delle persone presenti da parte dell'ICE o di altre autorità militarizzate; e soprattutto ha sottolineato l’importanza che le persone non vengano discriminate e che via sia rispetto dei diritti umani, sempre. E’ fondamentale che in questi grandi eventi sia lo sport, sentimenti di fratellanza e l’inclusione a prevalere, non la repressione e la discriminazione.

Articolo 3

Sudafrica: la xenofobia diventa sistema, e finisce per bloccare anche l'accesso alle cure

Da alcuni mesi il Sudafrica sta attraversando una nuova, gravissima ondata di violenza contro rifugiati, richiedenti asilo e migranti provenienti da altri Paesi africani. Non si tratta di episodi isolati: secondo i dati raccolti da Xenowatch, l'osservatorio dell'African Centre for Migration & Society dell'Università del Witwatersrand, tra il 2022 e il 2025 sono stati registrati 406 incidenti xenofobi verificati e 75 morti; solo nel 2025 gli incidenti sono stati 151. Nei primi cinque mesi del 2026 se ne sono aggiunti altri 22, con 9 morti e oltre 4.000 persone sfollate, un'escalation che a metà 2026 ha trovato un punto di svolta preciso.

Quel punto di svolta è l'ultimatum lanciato dal movimento "March and March", privo di qualsiasi base legale, che ha imposto a tutti i migranti privi di documenti di lasciare il Paese entro il 30 giugno. L'intimazione è stata accompagnata da settimane di intimidazioni e violenze, soprattutto nelle province di Gauteng e KwaZulu-Natal, al termine delle quali le autorità hanno parlato di "rientro volontario" per le oltre 53.000 persone che hanno lasciato il Sudafrica. Le ricerche del Dr. Jean Pierre Misago dell'ACMS raccontano però un'altra storia: un esodo provocato da minacce di morte e violenze, che si configura come un'espulsione di massa illegale — e che affonda le radici in una narrazione politica costruita da tempo.

Il Sudafrica convive infatti da anni con una disoccupazione giovanile altissima e servizi pubblici in affanno, e diversi leader politici — tra cui Gayton McKenzie della Patriotic Alliance e i gruppi legati a "Put South Africans First" — hanno costruito parte del proprio consenso indicando i migranti come responsabili della criminalità e del collasso dei servizi. I numeri raccontano altro: in Sudafrica sono registrati circa 144.512 rifugiati e richiedenti asilo, appena lo 0,2% di una popolazione di 60,6 milioni di persone. Questa stessa narrazione ha però trovato una traduzione concreta anche sul piano legislativo.

Il riferimento è al Draft Revised White Paper on Citizenship, Immigration and Refugee Protection, la riforma della legge sull'immigrazione approvata dal Governo nell'aprile 2026. Tra le misure più contestate da società civile e UNHCR figurano il principio del "primo Paese sicuro" (che impedirebbe ai richiedenti asilo di scegliere dove presentare domanda, con il rischio di respingimenti a catena), un sistema di residenza basato su punti legati al merito economico invece che alla permanenza nel Paese, e lo spostamento degli uffici per il riconoscimento dei rifugiati verso i valichi di frontiera, che renderebbe molto più difficile l'accesso all'assistenza legale. Ed è proprio ai valichi e nelle strade che, parallelamente alla riforma, si è consolidata una pratica ancora più diretta: quella dei cittadini che si sostituiscono alla polizia.

Gruppi come Operation Dudula effettuano perquisizioni nei negozi, sfratti forzati e blocchi stradali, richiamandosi impropriamente all'arresto da parte del privato cittadino previsto dalla legge sudafricana — che però si applica solo a reati gravi colti in flagranza, come omicidi o rapine a mano armata. Verificare i documenti di soggiorno è invece compito esclusivo degli ufficiali dell'immigrazione e della polizia (SAPS), un compito che le autorità competenti non sempre hanno saputo, o voluto, far rispettare.

Lo conferma la Commissione sudafricana per i diritti umani, che ha rilevato come, pur avendo ottenuto impegni dal Ministero della Salute e dal Commissario nazionale di polizia, le condotte dei vigilantes siano proseguite, in alcuni casi con il rifiuto della polizia di raccogliere le denunce delle vittime. Amnesty International ha documentato episodi in cui agenti del SAPS sono rimasti spettatori passivi durante perquisizioni e sgomberi, e casi in KwaZulu-Natal in cui persone rifugiatesi nelle stazioni di polizia per sfuggire alla folla sono state caricate a forza su autobus per presunte "verifiche". Ed è proprio negli spazi che dovrebbero garantire protezione e cura che questa deriva ha raggiunto la sua forma più estrema.

Si parla, in questo caso, di "xenofobia sanitaria": gruppi di vigilantes hanno presidiato gli ingressi di ospedali come il Kalafong Hospital di Tshwane, l'Hillbrow Community Health Centre e la Jeppe Clinic di Johannesburg, e l'Addington Hospital di Durban, sottoponendo i pazienti a test arbitrari — chiedendo loro di parlare in lingue locali come tswana o pedi — e respingendo con minacce chi non li supera o non ha un documento d'identità sudafricano. Le conseguenze di questi blocchi sono già visibili: persone con patologie croniche come HIV, tubercolosi o diabete interrompono le terapie per paura, mentre le donne in gravidanza rinunciano ai controlli prenatali e arrivano in ospedale solo in condizioni di emergenza — una violazione diretta dell'articolo 27 della Costituzione sudafricana, che garantisce a chiunque il diritto all'assistenza sanitaria di base. Ed è proprio da questo assedio agli ospedali che nasce la mobilitazione della società civile.

Amnesty International South Africa, insieme a decine di organizzazioni — tra cui Lawyers for Human Rights, Kopanang Africa Against Xenophobia e lo Scalabrini Centre di Città del Capo — ha promosso una dichiarazione congiunta che chiede alle autorità di porre fine a ogni forma di coercizione contro rifugiati e richiedenti asilo, di aprire indagini indipendenti sulla condotta delle forze dell'ordine e di perseguire i gruppi di vigilantes responsabili di sgomberi, blocchi ospedalieri e aggressioni. La rete chiede inoltre alla Commissione Elettorale Indipendente di sanzionare partiti e candidati che usano la retorica xenofoba in campagna elettorale, e al Governo di dare piena attuazione al Piano d'azione nazionale contro il razzismo e la xenofobia. Un appello riassunto bene dalle parole della direttrice di Amnesty International South Africa, Shenilla Mohamed, secondo cui il diritto di protestare pacificamente è garantito, ma violenza, intimidazione e "applicazione fai-da-te" delle leggi sull'immigrazione restano illegali: la storia ha già mostrato dove può portare questa deriva.

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